"Tratta NO! Un altro punto di vista", progetto europeo Equal cod. IT-S2-MDL-210
Ordine Nazionale dei Giornalisti
Federazione Nazionale della Stampa
Segretariato Sociale RAI
Dipartimento Diritti e Pari Opportunità, Presidenza del Consiglio dei Ministri
AICCRE (Associazione Italiana del Consiglio dei Comuni e Regioni d'Europa)
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La tratta di persone è lo spostamento attraverso l'uso della forza o dell'inganno di una persona in un luogo diverso da quello dove risiede, al fine di sfruttarne il corpo (o parti di esso) per fini lavorativi e/o sessuali.
Il fenomeno della tratta di esseri umani è costituito da tre elementi:
Questa definizione - condivisa a livello mondiale - fa parte del Protocollo addizionale della Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata, per prevenire, reprimere e punire la tratta di persone, in particolare di donne e bambini. Questo protocollo è stato elaborato nel dicembre 2000 a Palermo.
Quali sono le cause del fenomeno moderno della Tratta di persone?
Il processo di globalizzazione.
Viene inaugurato dalla caduta dei regimi socialisti dell'Est europeo. Fino ad allora la divisione geo-politica del mondo in due blocchi determinava una certa staticità della maggior parte della popolazione mondiale, dovuta a due principali fattori: l'impossibilità di movimento di migliaia di cittadini delle repubbliche sovietiche e dei Paesi aderenti al Patto di Varsavia, e il sostegno economico elargito dalle due superpotenze mondiali ai paesi in via di sviluppo per garantirsi la loro alleanza.
Il collasso del blocco sovietico cambia i parametri di tale divisione geo-politica: i vecchi sussidi ai paesi in via di sviluppo vengono tramutati in opportunità di partecipare alla filiera produttiva a carattere capitalistico. Oggi ogni cittadino del mondo è coinvolto nel medesimo meccanismo produttivo ed in molti casi la produzione di una merce viene parcellizata in molteplici micro-processi delocalizzati in aree diverse del mondo.
Ma la responsabilità della globalizzazione nel fenomeno della tratta di persone non si esaurisce nella produzione, proseguendo anche nell'ambito del consumo delle merci. Vivere nel mondo globalizzato significa condividere lo stesso modello di benessere e, quindi, ambire ad ottenere gli stessi oggetti di consumo che, come è noto, diventano fattori identitari.
L'esplosione dello sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa.
Anche in questo caso, fino agli anni '90 chi abitava in un villaggio sperduto dell'italia appenninica, dell'africa centrale, o dell'estremo oriente, aveva pochi strumenti a disposizione per conoscere il mondo: alla scarsa diffusione della televisione si affiancava solo il racconto orale di chi aveva viaggiato.
Lo sviluppo dei media ha diffuso accanto ad immagini di luoghi lontani e di migliori condizioni di vita, anche nuovi modelli sociali di consumo, contribuendo ai cambiamenti identitari già citati: "io sono anche ciò che mangio, ciò che indosso, ciò che guido…". Il modello di vita occidentale è diventato il modello di riferimento per una qualità di vita superiore.
La femminilizzazione della migrazione.
Fino a metà degli anni '80 la migrazione era maschile: tendenzialmente erano i soggetti più capaci che lasciavano i luoghi natii per recarsi nei paesi ricchi, cercando di migliorare le proprie condizioni di vita e quelle delle loro famiglie. Negli anni '80 si assiste all'incremento della percentuale femminile nello stock di migranti. Ciò si deve al processo di emancipazione del genere femminile nei paesi ricchi, che pur vedendo l'aumento della partecipazione femminile nelle dinamiche sociali - in politica, nel lavoro, etc. - rimane incompiuto: il lavoro domestico e di cura alla famiglia, ai bambini, agli anziani, non viene re-distribuito fra i due generi ma rimane appannaggio delle donne. Il bisogno di aiuto per soddisfare questi bisogni ha generato un potente fattore di attrazione per collaboratrici domestiche, badanti, tate e infermiere.
La tratta di persone è un fenomeno complesso, poiché lo spostamento, l'inganno e lo sfruttamento delle vittime non si realizza in un processo lineare, ma si nasconde nei processi dell'immigrazione clandestina e nei circuiti del lavoro informale e non protetto del mercato del lavoro.
Non è facile, infatti, dimostrare la linearità del processo di spostamento di una persona. Se manca anche solo uno dei tre elementi costitutivi del fenomeno citati precedentemente – spostamento da un luogo ad un altro della persona, uso dell'inganno o della forza e conseguente sfruttamento lavorativo o sessuale - non possiamo parlare di tratta. Per questo motivo si tende ad osservare attentamente il processo di coinvolgimento della vittima nella tratta poiché il reclutamento può avvenire nel paese di origine oppure nel paese di destinazione.
Ad esempio una persona può arrivare nel nostro paese con un regolare visto ed essere assorbito a seguito di un evento imprevisto – perdita del lavoro, mancata conferma del permesso di soggiorno, separazione dal marito etc. – nei circuiti dell'illegalità di status e dello sfruttamento lavorativo. Lo sfruttamento può iniziare nel paese di origine, in quello di transito o in quello di destinazione, così come la riduzione in schiavitù o la limitazione delle libertà personali.
L'estrema difficoltà a riconoscere con chiarezza le variabili del processo che porta una persona a vedersi privata della propria libertà è favorita in quei settori nei quali le situazioni di irregolarità sono diffuse ed endemiche. In tali pieghe si nasconde lo sfruttamento soprattutto lavorativo.
La tratta di persone coinvolge diverse figure con un diverso grado di responsabilità.
Il trafficante, lo sfruttatore e la vittima sono i tre attori principali della tratta. A volte però, non è facile distinguere il loro livello di responsabilità.
Un individuo può diventare trafficante a sua insaputa, quando aiuta un connazionale in un paese straniero a trovare persone disponibili a migrare per rispondere all'offerta di un lavoro; oppure quando ospita connazionali che stanno per diventare vittime di tratta in un paese di transito o di destinazione.
Una vittima può diventare a sua volta trafficante o sfruttatore. Infine gli sfruttatori possono esserlo inconsapevolmente, come nel caso dei clienti di prostitute che senza saperlo si imbattono in una vittima di tratta, oppure di agricoltori che ricevono mano d'opera schiavizzata da soggetti terzi come i "caporali".
La difesa dei diritti umani non è un'azione astratta.
La tratta di persone va combattuta perché "avvelena" le relazioni tra le persone:
Confondere la tratta con altri fenomeni di confine - prostituzione, lavoro irregolare, abusi e prevaricazioni - genera stereotipi e discriminazioni.
La tratta è un crimine o un reato o una violazione perpetrata ai danni di una persona, mentre la facilitazione dell'immigrazione clandestina o irregolare, meglio conosciuta come "contrabbando di persone", è un reato contro lo Stato.
La definizione di tratta delinea i confini di questo reato, ma non provvede a definire con chiarezza chi ne è la vittima: le condizioni che determinano questo status devono essere desunte dalla stessa definizione del reato. In tal modo si è generata una certa confusione, ma soprattutto il reato è stato di volta in volta affrontato sulla base delle diverse modalità di sfruttamento: sessuale, lavorativo, accattonaggio, commercio di organi, etc.
Per identificare correttamente chi è la vittima di tratta è opportuno partire dalla "Dichiarazione delle Nazioni Unite dei principi fondamentali di giustizia per le vittime di crimini ed abusi di potere" del 1986:
"Per vittima intendiamo una persona che ha sofferto:
E' possibile applicare alla tratta questa definizione di vittima?
Si ricorda che oltre a quanto sopra descritto, la condizione di vittima della tratta di esseri umani comporta sempre il verificarsi dei tre elementi costitutivi del fenomeno:
Sulla base delle precedenti brevi note si possono evidenziare i confini della tratta. Nell'ambito dell'informazione, non riconoscerli porta ad utilizzare come sinonimi termini che invece indicano fenomeni diversi, alimentando così stereotipi, false credenze, distanza sociale, perdita di efficacia negli interventi di prevenzione e contrasto.
Qui di seguito si elencano gli esempi più diffusi dei "confini" di interpretazione della materia.
Sfruttamento sessuale, sfruttamento lavorativo, sfruttamento dell'accattonaggio e degli organi sono le principali forme per le quali vengono utilizzati i "corpi" delle persone vittime di tratta.
La tratta per sfruttamento sessuale non deve essere mai confusa con la prostituzione, poiché quest'ultima è una scelta, mentre la tratta è sfruttamento contro la libera volontà.
Lo sfruttamento lavorativo non deve essere mai confuso con il lavoro nero, poiché quest'ultimo si verifica in seguito ad una scarsa capacità negoziale, mentre lo sfruttamento lavorativo è operato contro la volontà dell'individuo.
Spesso si fa confusione anche fra tratta e pedofilia, ma la tratta riguarda sempre soggetti che agiscono contro la loro volontà.
La stessa normativa di riferimento, originariamente improntata a un principio onnicomprensivo, si è andata via via adattando alla tipologia dello sfruttamento sessuale. Ciò si è verificato soprattutto perchè nella sua applicazione prevalgono le norme e gli artt. di altre normative. La Legge 75/1958 e l'art.12 del T.U sull'immigrazione 286/98 ne sono un esempio, a fianco di quella dedicata, la Legge 228/2003.
Definiti i confini del fenomeno della tratta, è opportuno analizzare stereotipi e false credenze diffuse in materia. La distanza sociale che ne deriva determina difficoltà nel reinserimento sociale delle vittime, comunemente viste come ex-prostitute ed ex-criminali anche quando sono riuscite a sfuggire al disegno criminoso di cui sono state oggetto. Qui di seguito si elencano i casi più diffusi di erroneo atteggiamento sulla materia.
Si dice che la tratta coinvolge solo donne che si prostituiscono.
E' vero invece che l'associazione tratta – prostituzione fa sì che tutte le donne emigrate siano considerate prostitute, e come tali stigmatizzate sia nel paese di destinazione che una volta ritornate al paese di origine. La stessa discriminazione riguarda le vittime di sesso maschile. Neppure a loro è concesso di fregiarsi del titolo di vittime. Fortunatamente non vengono stigmatizzati come prostituti al loro rientro in patria, sebbene siano moltissimi gli uomini, soprattutto minori, coinvolti in questo tipo di sfruttamento.
Si dice che la tratta riguarda solo lo sfruttamento sessuale.
E' vero invece che purtroppo sono i paesi ricchi, cosiddetti "donatori", che fanno prevalere il proprio punto di vista sui fenomeni che intendono contrastare. Ma lo sfruttamento sessuale è solamente una parte del fenomeno della tratta. In molte regioni del globo la tratta si estrinseca nello sfruttamento lavorativo. Secondo l' Organizzazione Internazionale del Lavoro almeno un terzo dei 2.500.000 di individui che si stima vengano trafficati ogni anno nel mondo sono vittime dello sfruttamento lavorativo.
Si dice che le vittime sanno cosa le aspetta ma non conoscono le reali condizioni di lavoro.
E' vero invece che questa affermazione tipica fra gli addetti ai lavori, mostra il disprezzo per le vittime e, ancora una volta, sovrappone il tema della tratta a quello della prostituzione. Ma la maggior parte dello sfruttamento sessuale avviene al chiuso, dove le vittime non hanno alcuna possibilità di cercare ed ottenere aiuto. Peraltro non è semplice chiedere aiuto anche per chi è costretta/o a lavorare in strada, a causa di tre elementi chiave: la paura di ritorsioni, la volontà di mantenere vivo il proprio sogno di emancipazione e il bisogno di mandare a casa denaro.
Si dice che le donne immigrate vengono in occidente per prostituirsi.
E' vero invece che l'ingresso della componente femminile nel mercato del lavoro occidentale ha provocato un mutamento negli equilibri familiari e sociali: tradizionalmente impegnate nel lavoro domestico e nella cura dei soggetti maggiormente vulnerabili – bambini, anziani, ammalati – le donne si trovano a diminuire la quota di tempo da destinare agli aspetti logistici e relazionali della famiglia, che non viene ridistribuita tra i due generi. Di conseguenza si è creata la richiesta di mano d'opera per sostituire le donne occidentali nei lavori domestici e di cura alla persona. Un settore nuovo che attrae sempre maggiori quote di donne dal terzo mondo. Donne spesso costrette a lasciare le proprie famiglie e i propri figli alle cure di altri familiari o amici, e che emigrano per trovare lavoro, non certo per prostituirsi.
Si dice che le vittime non vogliano essere aiutate, non collaborino.
E' vero invece che questo stereotipo, anch'esso diffuso tra gli addetti ai lavori, non tiene in debito conto del profondo trauma rappresentato dall'essere resi "oggetti" anche nei percorsi di fuoriuscita, dove la mancata considerazione della soggettività delle vittime ha creato notevoli problemi.
Le vittime infatti entrano in una relazione di aiuto improntata alla carità, dove non è possibile "dire" o rivendicare, ma solo ringraziare. La persona passa quindi da un percorso di sfruttamento coercitivo ad un altro di aiuto coercitivo, che non tiene conto delle differenze culturali o di usi e costumi particolari. Ad esempio, solo dopo molti anni si è capito che le vittime possono rifiutarsi di testimoniare contro gli sfruttatori perché il meccanismo psicologico della rimozione glielo impedisce. Per questo motivo queste vengono accusate di non voler veramente ritornare libere. Così facendo la persona è resa vittima di una seconda stigmatizzazione.
E' vero che identificare la tratta con la prostituzione aiuta i trafficanti. L'opinione che la tratta sia assimilabile alla prostituzione ha causato gravi danni anche nei paesi di origine, non importa quanto lontani. In una logica dove il punto di vista vincente è quello di colui che aiuta – stato, organizzazione, singolo operatore - la sovrapposizione tratta–prostituzione è stata utilizzata nelle campagne informative promosse dalle agenzie internazionali. Il risultato è stato che tali campagne, che esortavano le donne a non prostituirsi, si sono trasformate in un insperato aiuto per i trafficanti: le donne nei paesi di origine, non avendo intenzione di prostituirsi, non si sono sentite coinvolte. Sono quindi cadute nella rete dei trafficanti che per circuire le loro vittime sono soliti proporre impieghi sostenibili e "puliti".
Al fine di promuovere una corretta informazione sul fenomeno della tratta, si propongono qui alcune raccomandazioni emerse dal confronto realizzato tra operatori nel percorso di riflessione su tratta e media promosso dal progetto Equal Tratta NO! e che ha visto la partecipazione di Ordine dei Giornalisti, Federazione Nazionale della Stampa, Segretariato Sociale RAI, Dipartimento per i Diritti e le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, AICCRE.
Per una corretta lettura del fenomeno della tratta di esseri umani si raccomanda quanto segue:
Per favorire ulteriormente l'analisi del fenomeno della tratta ed una corretta informazione sulla materia si rimanda a: