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La tratta di esseri umani

a cura dell'UNICRI - United Nations Interregional Crime & Justice Research Institute (http://www.unicri.it)

Che cos'è la tratta?

Quali sono le differenze tra tratta e contrabbando di persone?

Chi sono le vittime della tratta?

Quali i luoghi dello sfruttamento?

Quante sono le vittime della tratta?

Chi è lo sfruttatore?

Chi alimenta la domanda?

Quali le contromisure?

Quali le contromisure in Italia?




Che cos'è la tratta?

La tratta è la riduzione in schiavitù delle persone a fini di sfruttamento sessuale, lavorativo o per qualsiasi altra forma di guadagno economico. Secondo l'articolo 3 del Protocollo Aggiuntivo alla Convenzione di Palermo delle Nazioni Unite, firmato da più di 80 stati nel dicembre 2000 con entrata in vigore nel 2004, si parla di tratta quando l'azione di reclutamento, trasporto, trasferimento, alloggio o accoglienza di persone avviene attraverso la minaccia, l'uso della forza, il rapimento, la frode, l'inganno, l'abuso di potere o il dare o ricevere pagamenti o vantaggi finalizzati all'ottenimento di un consenso, da parte di una persona che eserciti il controllo su un'altra ai fini del suo sfruttamento.

In tal senso, si parla di tratta con riferimento alle donne e bambini intrappolati nell'industria del sesso, dei bambini ed adulti costretti a mendicare per strada, dei bambini soldato in alcune parti dell'Africa e dell'Asia, della manodopera asservita in agricoltura, nelle miniere, nella manifattura in ogni angolo del mondo, e addirittura nel caso della compravendita per il prelievo di organi.

Rispetto al passato questa nuova forma di schiavitú non gode di alcuna legalità o legittimità e ha assunto una dimensione marcatamente globale: ragazze nigeriane che entrano nel giro del commercio sessuale in Italia passando per l'Europa dell'Est, bambine del Togo e del Benin rivendute per il lavoro domestico nel Gabon e in Nigeria, ragazze nepalesi vendute in India e costrette a lavorare nei bordelli di Mumbay (già Bombay), minori tailandesi venduti in Malesia, Hong Kong, Taiwan e Giappone, e così via.

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Quali sono le differenze tra tratta e contrabbando di persone?

Immigrati clandestini e vittime della tratta sono accomunati dal desiderio di trovare una casa, una terra, un lavoro e, in generale, una vita migliore. Esistono tuttavia delle chiare differenze tra tratta e contrabbando di persone. Il fattore distintivo della tratta è la riduzione in schiavitú. Mentre il contrabbando termina una volta che la persona è arrivata a destinazione, la tratta comporta il continuo sfruttamento della persona allo scopo di ricavare profitti illeciti. In altre parole, l'immigrato clandestino è libero una volta arrivato a destinazione, mentre la vittima della tratta si trova in condizioni di schiavitú.

Le vittime della tratta possono sì acconsentire in uno stadio iniziale, ma vengono ingannate dai trafficanti circa la natura e le condizioni del lavoro che svolgeranno una volta arrivate nel paese di destinazione. In tal senso, il citato articolo 3 del Protocollo di Palermo sostiene che il consenso della vittima non annulla il reato di tratta.

Un'ultima distinzione riguarda l'ambito geografico: il contrabbando di esseri umani è sempre transnazionale, mentre la tratta puó anche avvenire all'interno di uno stato, come ad esempio, i bambini costretti a lavorare nelle fornaci di mattoni o nell'industria dei tappeti in India e Pakistan o i bambini che inscatolano sardine nelle Filippine.

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Chi sono le vittime della tratta?

Le vittime della tratta hanno tutte un dato in comune: vengono da contesti poveri e si muovono verso aree piú ricche. Oggi sappiamo che molte vittime vengono dall'America Latina, dai Caraibi, dall'Africa settentrionale e sub-sahariana, dal sud-est asiatico, dall'Europa centrale, dai Balcani e dall'ex Unione Sovietica. Si tratta dunque di persone che lasciano uno scenario di povertà, paura e frustrazione. Comunemente a molti fenomeni migratori, le vittime sono per lo piú soggetti che hanno iniziativa e risorse personali tali da far loro rischiare il viaggio della speranza attraverso il quale peró finiscono nella rete dei trafficanti.

Un altro dato comune è lo sfruttamento. Le vittime della tratta non hanno alcuna facoltà di scegliere se e come lavorare, e vengono costrette al lavoro forzato con tecniche diverse. Una pratica diffusa è il debito che le vittime contraggono per sostenere le spese per il loro viaggio e sistemazione. Piú in generale i trafficanti mantengono un rapporto di assoggettamento esercitando sia violenza fisica, tipica dei gruppi di sfruttatori dei Balcani, sia forme di violenza psicologica come le pratiche magico-religiose dei gruppi nigeriani o le minacce di ritorsione contro i loro congiunti in patria. Un ulteriore strumento di pressione è rappresentato dal fatto che le vittime sono private dei documenti e quindi a rischio di rimpatrio forzato.

Le vittime alla ricerca di una vita migliore scoprono subito che le loro aspettative andranno disattese. Innanzitutto molte di loro muoiono durante il tragitto. Quelle che arrivano si ritrovano con un guadagno basso, se non nullo, e un trattamento disumano. In seguito, lo sfruttatore puó talvolta decidere di migliorare le condizioni della vittima e alimentare le sue speranze di guadagnare per conto proprio e tornare ricca nel suo paese di provenienza. Tuttavia l'esito non è quasi mai felice poichè poche vittime escono dal rapporto di schiavitú. Violenze fisiche e psicologiche rimangono all'ordine del giorno. Vanno poi ricordati i casi delle ragazze che hanno contratto, e talvolta trasmesso ai loro figli, malattie infettive quali l'AIDS. Non sono da trascurare infine i casi di omicidio. Secondo un'indagine della Commissione parlamentare antimafia del 2001, 186 vittime della tratta, gran parte delle quali albanesi e nigeriane, sono state uccise in Italia nel 1999, una cifra pari al 23% del totale omicidi compiuti in tutta Italia in quell'anno.

Per le persone soggette a rimpatrio forzato, il rientro puó essere traumatico. Nel caso delle ragazze nigeriane intrappolate nell'industria del sesso, puó capitare che vengano imbarcate con gli stessi indumenti che indossavano nella strada e, una volta arrivate, non trovino alcuna struttura di accoglienza. Non è raro che, prive di soldi e risorse, esse si prostituiscano appena fuori dall'aeroporto. Nel caso delle ragazze albanesi è capitato che ad attenderle all'aeroporto ci fosse lo sfruttatore.

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Quali i luoghi dello sfruttamento?

I luoghi dello sfruttamento sono "la strada" e "la cantina", intendendo la prima come destinazione privilegiata delle vittime dell'industria sessuale, dei mendicanti e dei borseggiatori; la seconda come il luogo dello sfruttamento della manodopera. In una ricerca del 2001, Europap/Tampep ha calcolato che circa 50 mila persone sono in vendita ogni sera sulle strade italiane. Occorre comunque aggiungere che gli schiavi del commercio sessuale non finiscono solo sulla strada: esiste anche un ingente mercato nascosto fatto di appartamenti, night club, saune e centri estetici. La cantina invece è rappresentata da tutte quelle "industrie" prive delle piú fondamentali norme igieniche e di sicurezza dove un alto numero di persone sono obbligate a vivere segregate, lavorando a ritmi estenuanti.

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Quante sono le vittime della tratta?

Negli ultimi anni il problema della tratta ha assunto dimensioni drammatiche. Il mancato processo di integrazione economica, culturale e politica, la crescente disparità tra paesi ricchi e poveri, le guerre, gli alti tassi di disoccupazione, l'aumento della domanda di prodotti o servizi a basso costo, tutti questi fattori hanno incoraggiato e spinto persone povere a emigrare, e incentivato reti criminali di trafficanti ad approfittare di tali flussi migratori.

Fornire cifre è difficile per vari motivi. Nonostante l'impegno collettivo dei paesi firmatari del Protocollo di Palermo sulla tratta, il fenomeno rimane poco visibile e scarsamente denunciato dalle vittime stesse. Inoltre è molto difficile monitorare i flussi migratori per almeno due motivi. Da una parte mancano metodi di ricerca standardizzati per cui le statistiche sono difficilmente paragonabili. Dall'altra, i flussi sono poco omogenei e in continua evoluzione soprattutto grazie all'abilità e velocità con cui i trafficanti aprono o abbandonano rotte al fine di evitare le maglie delle polizie. Arrivi di persone già precedentemente rimpatriate e uso di documenti e nomi falsi rendono ulteriormente difficile la stima del fenomeno.

Già nel 1998 il governo degli Stati Uniti stimava il numero di donne e bambini trafficati globalmente tra i 700.000 e i 2 milioni all'anno. Recentemente il Dipartimento di Stato ha affermato che tale cifra potrebbe arrivare fino a 4 milioni se si considerano tutte le vittime della tratta, incluse quelle che vengono trafficate senza passaggio di confine. Il Fondo delle Nazioni Unite per l'Infanzia (UNICEF) e l'Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (IOM) hanno stimato che 2 milioni circa di donne e bambini sono stati schiavizzati e trafficati nel 2001. La stima minima di 700.000 è invece indicata dall'Ufficio delle Nazioni Unite sulle Droghe e il Crimine (UNODC) il quale ritiene che tra l'80% e il 90% delle vittime siano sfruttate per scopi sessuali, mentre le altre siano destinate al lavoro forzato. Per avere una panoramica piú precisa delle stime elaborate dalle varie organizzazioni nazionali e internazionali è possibile consultare on line un database recentemente preparato dall'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO).

A prescindere dall'affidabilità delle stime, si puó tranquillamente affermare che la tratta è un grande business globale in continua crescita. Secondo una ricerca condotta in Italia dall'Istituto Internazionale delle Nazioni Unite per la Ricerca sulla Criminalità e la Giustizia (UNICRI), nella fascia piú bassa del mercato del sesso, una donna nigeriana in mano alle reti di trafficanti puó fruttare fino a 5.000 euro al mese. Inoltre una ragazza per affrancarsi dal debito deve pagare in media 50-60.000 euro.

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Chi è lo sfruttatore?

Nella maggioranza dei casi lo sfruttatore fa parte di una rete criminale transnazionale. Non sempre si tratta di mafie, ovvero organizzazioni centralizzate con un vertice che prende le decisioni piú importanti. Il fenomeno cui ci troviamo di fronte è spesso quello di reti complesse, composte da gruppi di persone o singoli individui con un grado differente di specializzazione, ciascuno dei quali garantisce il funzionamento di una diversa fase della tratta. Esistono quindi gli esperti del reclutamento, della contraffazione dei documenti, del trasporto dai paesi di origine a quelli di destinazione, dello sfruttamento mediante violenza fisica o psicologica e del riciclaggio dei profitti illeciti. Queste figure non necessariamente appartengono a un'unica organizzazione e quasi mai sono tutte in contatto tra loro. Creano invece una rete criminale spesso decentralizzata che lavora, si espande, immette vittime nei circuiti e sostituisce gli ingranaggi malfunzionanti in modo flessibile e immediato senza compromettere il suo funzionamento.

Le reti criminali che operano nel settore della tratta si muovono con maggiore velocità rispetto agli stati e i governi che cercano di contrastarle. La loro flessibilità infatti consente di identificare rotte sicure e mercati con elevata domanda, e sfruttare cinicamente anelli deboli delle burocrazie e contraddizioni nelle legislazioni dei diversi stati.

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Chi alimenta la domanda?

In ogni paese moltissime persone aumentano volontariamente o involontariamente i profitti degli sfruttatori delle vittime della tratta. Cliente dei trafficanti è sicuramente chi ha rapporti sessuali a pagamento con le vittime. Quale sia il grado di consapevolezza di questi clienti circa la condizione di schiavitú delle vittime non è facile a dirsi. È ragionevole pensare che alcuni di loro siano all'oscuro dei reali rapporti di sfruttamento o quantomeno non li approvino. Non sono rari i casi in cui i clienti aiutano le ragazze a uscire dall'industria del sesso: sulla base del lavoro del Gruppo Abele risulta che tra il luglio 2000 e il dicembre 2001 in Italia quasi mille clienti hanno chiamato il numero verde per l'assistenza alle vittime della tratta. Tuttavia occorre ricordare che questo tipo di cliente rappresenta la maggioranza della domanda. La tratta è alimentata anche da coloro che comprano merce prodotta nelle "cantine", come orologi, borse e prodotti di "marca" nelle strade. Infine si rischia di diventare "cliente" persino di fronte ai ragazzi lavavetri, dovendo scegliere se sfamare la vittima o compiere il dovere civico segnalando il caso di sfruttamento alla polizia.

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Quali le contromisure?

Innanzitutto esistono risposte legali. A livello internazionale, molti stati si sono impegnati a sopprimere la tratta sin dall'accordo per la soppressione del "Traffico di Schiave Bianche", firmato a Parigi nel 1904. Le Nazioni Unite hanno piú volte bandito la tratta e il traffico di esseri umani in una serie di convenzioni che vanno dalla Convenzione per la repressione della tratta di esseri umani e lo sfruttamento della prostituzione del 1949 fino al piú recente Protocollo di Palermo del 2000. Grazie anche a queste convenzioni, molti paesi sia di provenienza delle vittime sia di destinazione hanno approvato leggi che puniscono il reato della tratta e/o inaspriscono le pene.

Tuttavia smantellare le reti criminali è tutt'altro che semplice. In primo luogo, iniziative limitate a uno o pochi paesi hanno un impatto relativo data la natura transnazionale della tratta. L'introduzione di una efficace contromisura in un dato paese di solito non porta alla sconfitta del traffico, quanto piuttosto allo spostamento delle rotte verso paesi meno attenti o attrezzati nella prevenzione e contrasto di questo crimine. Si aggiunga che i trafficanti sono organizzati in reti flessibili e decentralizzate che consentono una rapida sostituzione di tutte le figure arrestate nel corso delle indagini di polizia. Infine le reti criminali hanno dimostrato una grande capacità di adattamento anche all'interno dei singoli paesi per cui, per esempio, i trafficanti, in risposta a una misura come la proibizione della prostituzione, possono spostare il commercio del sesso dalla strada ad ambienti chiusi.

Alla luce di queste difficoltà, è possibile affermare che risposte legali efficaci necessitano di cooperazione nazionale e internazionale tra governo, forze dell'ordine, magistratura e società civile. Inoltre le contromisure non possono limitarsi ai paesi di destinazione delle vittime, ma devono colpire anche i gruppi criminali che operano alla fonte, cioè nei paesi di origine. Un tipo di risposta legale che non prenda in considerazione la lotta alla tratta nei paesi di origine potrà difficilmente arrestare il flusso internazionale di vittime e trafficanti, a prescindere dal numero di arresti e condanne effettuati. La soppressione della tratta è resa difficile anche da una serie di dolorosi fattori quali la corruzione e l'insufficienza di strutture adeguate. A maggior ragione quindi i paesi con maggiori risorse devono offrire assistenza in termini economici e trasmissione di know-how per rendere ogni realtà locale e nazionale capace di contrastare efficacemente questa piaga sociale e smantellare le reti criminali.

Accanto alle risposte legali occorrono risposte socio-politiche, ovvero tutte quelle iniziative che rimuovono i fattori che spingono le persone a emigrare dai loro paesi. Anche questo tipo di risposta presenta grosse difficoltà in quanto si scontra con problemi enormi quali la fame, l'ignoranza, le guerre e, naturalmente, i contrasti socio-economici. Se è poco realistico pensare di rimuovere questi fattori in un breve arco di tempo, è possibile nell'immediato promuovere iniziative che possano aiutare le potenziali vittime a costruirsi un futuro alternativo alla tratta. Campagne informative, sensibilizzazione dell'opinione pubblica e delle forze dell'ordine, supporto all'applicazione delle leggi, aiuti ai gruppi socialmente emarginati e reinserimento nella società delle persone rimpatriate, sono importanti strumenti che permettono la prevenzione e riduzione della tratta sia nei luoghi di origine che di destinazione attraverso un impegno personale delle vittime e dei clienti e il sostegno efficace delle istituzioni pubbliche e della società civile.

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Quali le contromisure in Italia?

Oltre alle leggi che puniscono il traffico e lo sfruttamento di esseri umani, la lotta alla tratta in Italia è regolata dall'articolo 18 del Testo unico sull'immigrazione del 1998 il quale stabilisce il diritto alla protezione e assistenza alle vittime. L'articolo 18 prevede infatti il rilascio di un permesso di soggiorno di sei mesi, rinnovabile, per quelle vittime della tratta che collaborano con la giustizia o che decidono di seguire un programma di protezione e re-inserimento sociale. Adottando principi stabiliti dalle Nazioni Unite, l'Italia segue dunque la strada secondo cui non si persegue la prostituzione, ma il suo sfruttamento.

Tra le principali iniziative (governative) occorre segnalare il numero verde istituito dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri (Dipartimento per le Pari Opportunità) grazie al quale le vittime della tratta possono chiedere assistenza. Il numero è 800-290290.

Da sottolineare infine che, grazie a un programma dell'UNICRI, il Procuratore Nazionale Antimafia e il Ministro della Giustizia della Repubblica Federale della Nigeria hanno firmato un Memorandum di cooperazione in materia di lotta alla tratta nel novembre 2003. Il Memorandum prevede lo scambio di informazioni e di esperienze relative a reati connessi alla criminalità organizzata e al riciclaggio di proventi di attività illecite.

Per maggiori informazioni sulla problematica a livello internazionale è possibile rivolgersi all'UNICRI (e-mail: trafficking@unicri.it).

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