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TESI


Università degli Studi di Macerata

Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione




Tesi di Laurea in Psicologia Sociale

LA RAPPRESENTAZIONE DELLA DISABILITA' PSICHICA NEL LINGUAGGIO GIORNALISTICO

Laureanda: Gioia  Feliziani


Relatore: Chiar.ma Prof. ssa  Barbara Pojaghi



Anno Accademico 2001 - 2002





INDICE

Introduzione.1

CAPITOLO I

1.  La disabilità psichica vista da vicino.3

2.  Stereotipo e pregiudizio.7

2.1.  Stereotipo, pregiudizio e rappresentazione.12

3.  Stereotipo, pregiudizio e disabilità psichica.17

3.1.  Una prospettiva storica.173.2.  Origini dello stereotipo e del pregiudizio sulla disabilità psichica.23

3.2.1. Ritardo mentale e pregiudizi: sondaggio promosso dallo Special Olympics ItaliaŽ.30

     3.3.  Le cornici culturali della disabilità psichica.32

     3.4.  Etichette linguistiche, stereotipi e disabilità.36

CAPITOLO II.  LA RAPPRESENTAZIONE DELLA DISABILITA' PSICHICA NEI MEZZI DI INFORMAZIONE

 Introduzione.42

1.  Lo stereotipo della disabilità nei media.44

2.  Effetti della rappresentazione mediatica della disabilità sull'audience.50

3.  La rappresentazione della disabilità nell'informazione televisiva.55

3.1. La disabilità nel palinsesto Rai.59

4.  La rappresentazione della disabilità nella stampa quotidiana.65

CAPITOLO III:  INTRODUZIONE ALL'ANALISI

1.  Introduzione al caso studio.73

2.  Metodologia di analisi.76

2.1.  Analisi dei denotati linguistici.802.2.  Analisi dei denotati visivi.84

CAPITOLO IV:  ANALISI

1.  Introduzione: L'importanza del meso- sistema informativo dove l'evento è inserito.87

2.  Analisi del servizio televisivo

2.1.  Elementi extratestuali: Il contesto.902.2.  Elementi paratestuali.92

2.3.  Servizio filmato

2.3.1.  Interviste.942.3.2.  Immagini.100
2.4.  Intervista in studio.1042.5.  Conclusioni: tra casi umani ed eroi normodotati.113

3.  Analisi degli articoli di giornale

Il Gazzettino, Giovedì 30 maggio 2002.118La Nuova di Venezia, Giovedì 30 maggio 2002.127Il Gazzettino, Domenica 2 giugno 2002.133Il Gazzettino, Mercoledì 5 giugno 2002.139Il Gazzettino, Giovedì 6 giugno 2002.143Il Gazzettino, Sabato 8 giugno 2002.149

Conclusioni.155

Appendice n. 1: Servizio Televisivo.161

Appendice n. 2: Schede di rilevazione dati.168

Appendice n. 3: Dati.181

Appendice n. 4: I Giochi Nazionali Estivi Special Olympics su radio e TV.204

Bibliografia.206

SINTESI

Introduzione

Lo scopo di questa mia ricerca è quello di esplorare le immagini e rappresentazioni culturali della disabilità psichica attraverso la sua caratterizzazione nel linguaggio giornalistico, il che equivale innanzi tutto a compiere un "censimento dell'assenza": la disabilità psichica, anche rispetto ad altre tipologie di disabilità quali quella fisica e sensoriale, raramente è presentata nel circuito mediatico.

Ciò sorprende soprattutto perché essa costituisce una realtà diffusissima, infatti, per frequenza, durata  e conseguenze, i disturbi psichici rappresentano la maggiore causa di sofferenza e disabilità nel mondo (C.N.C.A., 2002).

Differenti studi sono stati condotti sulla rappresentazione culturale della persona disabile, soprattutto in ambito britannico[1]. Essi hanno dimostrato che la rappresentazione delle persone disabili nei media e nelle altre forme d'arte, come la letteratura, la filmografia, la fotografia ecc,  offre una dimostrazione dell'oppressione culturale e sociale che coinvolge tutti gli ambiti di soggettività del disabile nella società contemporanea.

Particolare problematicità è stata rilevata per quanto riguarda la trattazione giornalistica.

I criteri di notiziabilità assumono una funzione ritardante ed inibente della capacità mimetica del mezzo d'informazione, caratterizzata dalla continua ricerca dell'evento straordinario, che esuli dalla normalità, che sia in qualche deviante, trasgressivo o, viceversa, ciò che rassicura, ad esempio i luoghi comuni.

Di qui, il frequente ricorso nella rappresentazione della disabilità agli stereotipi dell'estremo, pietistici o spettacolari,  capaci di suscitare forti emozioni e partecipazione nell'audience.

La disabilità, essendo un tema complesso e ricco di sfaccettature, poco si adatta alla routine di produzione giornalistica, caratterizzata da tempi frenetici e spazi limitati. Ciò contribuisce ad una lettura semplificata e frammentata, vale a dire costituita da una serie di storie individuali, "casi umani", senza un'organica contestualizzazione ed approfondimento del tema.

Per quanto riguarda nello specifico la disabilità psichica, nell'informazione frequente è il collegamento a casi di cronaca nera, di violenza subita o perpetrata, di sterilizzazione o, in Italia, all'infuocato dibattito sulla chiusura delle istituzioni manicomiali operata negli anni '80. Tutto ciò, unito all'ancora frequente confusione tra disabilità e malattia psichica, ha contribuito ad alimentare il particolare "allarme sociale" ed "imbarazzo" con cui il tema è sentito[2], a conferma che la percezione del disabile psichico si situa tra il "deviante da isolare" ed "il malato da assitere".

In questa mia ricerca affronterò l'immagine della disabilità psichica in un contesto insolito rispetto a quelli in cui usualmente è trattata nell'informazione: quello sportivo.

A tal fine sono stati selezionati sei articoli di giornale ed un servizio televisivo sui Giochi Nazionali Estivi Special Olympics Italia 2002, al fine di eseguire un'analisi qualitativa.

Lo Special Olympics è un movimento internazionale che si occupa d'allenamento sportivo e competizioni atletiche in varie discipline olimpiche, per adulti e bambini con ritardo mentale.

Il movimento Special Olympics, mira ad utilizzare il valore sociale e educativo dello sport, insieme alla sua capacità di catalizzare attenzione da parte dei media, per sensibilizzare e porre alla conoscenza del vasto pubblico non solo le abilità sportive ma anche gli aspetti culturali e sociali della realtà della disabilità psichica. Per questo sono attivati  numerosi eventi collaterali parallelamente alle manifestazioni, come avvenimenti artistici, convegni che hanno toccato particolari temi come quella della famiglia e della sessualità, senza tralasciare i momenti di svago e di socializzazione, che hanno offerto notevole materiale e spunti di riflessione ai media e, conseguentemente, alla mia analisi.

METODOLOGIA D'ANALISI

Nel corso della mia analisi il mio tentativo sarà di evidenziare gli stereotipi e i pregiudizi circa la disabilità mentale secondo le seguenti tipologie:

  1. Stereotipi di contenuto: sono analizzate le cornici tematiche in cui la disabilità mentale e temi collegati sono collocate.
  2. Stereotipi di rappresentazione iconografica e linguistica[3]
  3. Stereotipi che riguardano l'attribuzione dell'autorità discorsiva:  analizzerò a chi il più delle volte è concesso di parlare della disabilità e temi correlati.

Come prima introduzione all'analisi, ho fatto riferimento al mesosistema informativo in cui l'evento- notizia dei Giochi Nazionali Estivi Special Olympics 2002 è inserito, vale a dire gli altri accadimenti e notizie contemporanee che potrebbero aver influenzato la rappresentazione giornalistica in termine di tipo di trattazione ed importanza data.

Un servizio televisivo e i sei articoli di giornale più indicativi sono stati selezionati.

Al fine di condurre l'analisi degli articoli di giornale e del servizio televisivo, ho considerato, per entrambi, sia gli elementi extratestuali (contesto[4] e paratesto[5]), che gli elementi testuali (i "denotati" linguistici e visivi). Al fine dell'analisi degli elementi linguistici e visivi, ho utilizzato delle schede di rilevazione costituite dai seguenti items, analizzati singolarmente ed incrociati:

Analisi denotati linguistici (unità d'analisi: per i quotidiani ogni singolo elemento paratestuale e frase, per il servizio televisivo ogni singolo elemento paratestuale ed intervista).

Gli items sono stati suddivisi in tre parti, una  contenutistica (argomenti trattati, aree di significato, soggetti del discorso, tono, autorità discorsiva), una linguistica (terminologia condizione, terminologia con cui si riferisce ai soggetti con disabilità mentale), ed infine una parte che io ho chiamato "rappresentazionale", dove ho evidenziato le caratteristiche più strettamente correlate alla disabilità mentale desumendole dal testo (ruolo, abilità, aspetti caratteriali).

Analisi denotati visivi: (unità d'analisi: per gli articoli di giornale le fotografie, per il servizio televisivo ogni singola ripresa).

Per l'analisi delle immagini, gli items sono: rapporto con il testo (generiche o specifiche), argomenti rappresentati, connotazioni/area di significato, soggetti della foto, caratterizzazione dei soggetti (singoli, gruppo omogeneo, gruppo disomogeneo), tipologia di deficit, sesso, abilità associate, aspetti caratteriali, analisi delle didascalie e titolazioni.

Per l'analisi del servizio televisivo, inoltre, ho tenuto in considerazione gli elementi metacomunicativi (tono della voce, la prossemica e cinestetica, interrelazione tra i contenuti e l'atteggiamento dei parlanti), e, per l'analisi dell'intervista in studio con Alfredo Scarlata, alcuni strumenti dell'analisi conversazionale (allocazione del turno, pre- allocazione, organizzazione delle pause e dei silenzi).

Lavorando come media relation, ho avuto l'opportunità di sondare direttamente l'approccio giornalistico all'evento ed in generale al tema della disabiltà psichica.

In particolare ho seguito direttamente lo svolgimento del servizio televisivo analizzato, dal primo contatto con i giornalisti al momento della registrazione sondando, anche attraverso interviste con gli editori del programma ed i giornalisti coinvolti[6], le intenzioni in termini di rappresentazione.

ANALISI DEL SERVIZIO TELEVISIVO

Il servizio preso in esame è stato trasmesso il 17 giugno 2002 all'interno di"Racconto Italiano", Magazine di Rainews24, canale satellitare Rai completamente dedicato all'informazione, che si occupa d'approfondimento di notizie legate al sociale con uno sguardo particolare ai cittadini italiani residenti all'estero, poiché la trasmissione viene anche trasmessa su Rai International.

"Racconto Italiano" si qualifica come un programma informativo- culturale. A tale tipologia di programma, secondo Besio S. e Roncarolo F. (1996), corrisponde una diversa rappresentazione della disabilità rispetto all'informazione dei telegiornali, dove la regola della cronaca comporta come unica via d'accesso l'eccezionalità preferendo, così, i toni pietistici e la ricerca dei "super - eroi".

Nei  programmi informativi   culturali, essendo meno legati alla logica degli eventi ed essendo le  questioni portate in primo piano dalla sensibilità dei redattori, è data minor rilevanza all'attualità politica e maggiore spazio alla dimensione culturale della disabilità.

Inoltre, come rilevato dal programma editoriale di "Racconto Italiano" e dagli stessi giornalisti nelle interviste, quella che è operata è una forte personalizzazione della notizia: è attraverso le parole dei protagonisti che la storia è costruita, inoltre grande importanza è data alle singole storie personali[7].

Il servizio filmato è formato da sei spezzoni d'intervista, due delle quali effettuate ad Alessandro Palazzotti, presidente Special Olympics Italia, altre due con Chiaristella Vernole e Zita Peratti, tecnici nazionali. Gran risalto è stato dato alla storia di un singolo atleta, Silvia, attraverso le parole di sua madre, Lina Mascarello e la sua allenatrice, Mariangela Poncato.

Al termine del servizio filmato, è stata trasmessa un'intervista in diretta con Alfredo Scarlata, atleta Special Olympics ed attore.

D'analisi delle diverse parti del servizio televisivo sono state evidenziate diverse immagini semplificate e stereotipate della disabilità psichica.

Come il giornalista Marco Bariletti durante l'intervista ha affermato, il messaggio che si voleva dare attraverso il servizio è come lo sport aiuti l'inserimento delle persone con disabilità psichica nella società, per questo molto spazio all'interno di esso è stato dato alle storie di "trasformazione"[8].

Secondo le parole di Alessandro Palazzotti nella prima intervista, infatti, le persone disabili psichiche sono poste in un'iniziale dimensione d'esclusione. E' soltanto attraverso l'intervento riabilitatore dell'associazionismo sportivo che essi riescono ad essere inseriti nella realtà dei normodotati acquisendo fisicità e sicurezza, che in questa situazione sembrano assurgere a canoni di normalità.

La stessa tematica è proposta nella presentazione della storia di Silvia, con le parole della madre, Lina Mascarello, e dell'allenatrice, Mariangela Poncato, la quale attraverso l'esasperazione dei toni sensazionalistici, assume quasi una valenza miracolistica.

Questa volta i "canoni di normalità" menzionati, sono le abilità comunicative, la cui mancanza da parte dell'atleta le creava difficoltà nel rapporto con gli altri.

Silvia è descritta dalla sua allenatrice come una "non persona", "doveva ancora nascere", "un guscio", "un uovo". Vediamo qui suggerito, a livello linguistico, lo stereotipo dell'"handicap come impedimento ad una vita piena e felice", variante del "meglio morti che disabili", due delle immagini della disabilità nei media evidenziate dallo studioso americano J. Nelson (1994).

E' come se i problemi di comunicazione impedissero alla persona disabile psichica l'acquisizione di una propria soggettività.

La "spersonalizzazione" della persona disabile è stata operata anche a livello iconografico: anche se due spezzoni del servizio sono dedicati alla storia di Silvia, nella maggior parte dei casi essa svolge un ruolo neutro/assente. Durante l'intervista a sua madre, Silvia non è presente, lo è invece durante l'intervista della sua allenatrice, ma è come se non lo fosse,  infatti, non le è stata data autorità discorsiva.

In questo modo è messa in atto una tecnica per fissarlo al proprio ruolo di disabile, minorato[9]. Tale strategia, nelle trasmissioni televisive, è particolarmente usata in presenza di persone con disabilità cognitiva (Besio S. e Roncarolo F., 1996: 283-284), a causa, probabilmente, delle difficoltà comunicative[10].

La rappresentazione delle persone con disabilità psichica come insicure e bisognose d'assistenza è stata confermata, inoltre, nel filmato dalle frequenti immagini d'atleti che compiono attività sportiva con il supporto dei loro allenatori.

Inoltre nelle scritte in sovra impressione durante le interviste, delle persone con disabilità psichica, al contrario degli altri soggetti, ne sono forniti solamente il nome (Silvia) o il nome e cognome (Alfredo Scarlata), e mai è menzionato il loro ruolo all'interno della manifestazione in maniera esplicita, come spesso accade nella rappresentazione televisiva (Besio S. e Roncarolo F., 1996), dimostrazione del non riconoscimento di alcun ruolo al di fuori di quello, appunto, di disabile.

Presente è anche lo stereotipo del disabile psichico come "eterno bambino": sempre inevitabilmente minore proprio perché portatore di menomazione.

L'atleta Silvia è indicata dall'allenatrice con il termine "ragazzina" nonostante abbia 19 anni, e spesso gli atleti sono ripresi in atteggiamenti giocosi e divertiti.

Diverse volte è stato proposto lo "stereotipo rovesciato" o del "disabile iper-valorizzato" dove azioni e capacità diventano straordinarie proprio perché rapportate all'handicap di chi è protagonista (Masotti, 1999).

Il servizio televisivo è stato intitolato "Con una marcia in più" sottolineando, puntando all'emotività, il carattere d'eccezionalità delle persone disabili psichiche.Lina Mascarello, inoltre, nel descrivere la sua storia e quella di sua figlia, usa spesso l'aggettivo "speciale", lo stesso fa Alessandro Palazzotti, nel descrivere in generale le persone con disabilità psichica[11].

Presenti inoltre molte immagini "semplificate" o "rassicuranti" della disabilità psichica. I soggetti maggiormente ripresi hanno la sindrome di Down, deficit chiaramente distinguibile e comunicabile attraverso le immagini.

In questo modo è trascurato l'aspetto informativo. La sindrome di Down, infatti, è spesso elevata a simbolo della disabilità intellettiva, anche se ne rappresenta una delle tante (anche se la più "evidente"), sfaccettature di una realtà vasta e variegata.

L'immagine stereotipata della persona con la Sindrome di Down come capace di straordinaria affettuosità e dotata di particolari qualità umane è stata presentata più volte nel corso del servizio attraverso l'uso delle immagini.

E' interessante notare la scelta effettuata dal giornalista Marco Bariletti, a causa dei limiti di tempo, di non inserire nel servizio filmato l'intervista ben riuscita a due atleti Special Olympics e di dare più spazio a quello da lui definito "caso umano" più eclatante, la storia di Silvia, ed alle parole del presidente Alessandro Palazzotti, per la sua "carica umana" e doti comunicative.

Come ha sottolineato G.Masotti (1999), prerogativa del sistema televisivo è quella del frequente uso, per quanto riguarda le tematiche sociali tra cui la disabilità, dei "video leader", o "eroi normodotati" della disabilità, al fine di rendere il messaggio esemplificato, comunicativo ma anche rassicurante. In tal modo, infatti, "la TV personalizza il meccanismo di delega della lotta contro la sfortuna" (ibidem, p.70). Tutto ciò comporta che i veri protagonisti delle storie narrate, le persone disabili, rimangono sullo sfondo, con il rischio di consolidare l'immagine dei soggetti da assistere ed incapaci di difendere autonomamente i propri diritti.

Per quanto riguarda l'intervista in studio con l'atleta Special Olympics Alfredo Scarlata si è molto incentrata sul suo ruolo d'attore, che lo ha portato a recitare nel film "Ti voglio bene Eugenio" con Giuliana De Sio Giancarlo Gianni, due attori molto noti in Italia.

In questo modo, con toni sensazionalistici, è evidenziata quella che non è una situazione ordinaria, quotidiana, ma speciale, da cui si evince una rappresentazione stereotipata della disabilità spesso riportata dai media: quella del "campione di disabilità" (Besio S. e Roncarolo F., 1996, Masotti G., 1999), storie di persone che riescono a compiere imprese straordinarie a discapito della propria disabilità.

Fortunatamente non mancano, seppur sporadiche, rappresentazioni delle persone disabili psichiche come persone attive che scelgono di impegnarsi nella vita e nello sport.

Nell'intervista a Zita Peratti, Tecnico Nazionale Ginnasta, l'argomento trattato dall'intervista è il vantaggio che le persone disabili traggono dall'attività sportiva: anche in questo caso è accennato il tema della trasformazione e l'importante elemento a cui il disabile deve ambire è l'autonomia o la quasi autonomia. Questa volta, però, è il disabile l'individuo attivo, capace di usare lo sport come mezzo di miglioramento.

Nelle interviste, nella maggior parte dei casi il soggetto con disabilità psichica è indicato attraverso l'appellativo generico di persona, di cui il deficit, la condizione o la "specialità" ne rappresentano una caratteristica associata, non la persona stessa ("persona speciale", "persona con disabilità", "ragazzi disabili"). In questo modo è limitato l'effetto inglobante dell'etichetta linguistica. Mai è stato usato il termine "handicap" e, quando i soggetti sono identificati con il loro ruolo attivo all'interno della manifestazione, e quindi è utilizzato il termine "atleti", mai vi è associato il deficit o la menomazione. Nell'intervista in studio, nonostante l'iniziale imbarazzo ed i toni sensazionalistici ed a tratti paternalistici dell'intervistatore, l'atleta attore ha dimostrato autonomia di pensiero e decisione nel presentare la sua storia di una persona che compie normalmente una vita di svago, lavoro ed interessi. Questo dato conferma ciò che è stato evidenziato nella loro analisi da S. Besio e F. Roncarolo (1996), dell'immagine più esatta conferita  dell'intervista della disabile in studio rispetto ai servizi filmati, a riprova del beneficio apportato dall'incontro e lo scambio diretto con la "diversità".

Da notare, infine, la scelta professionalmente impeccabile del giornalista che ha eseguito il servizio filmato,  di non mostrare immagini troppo morbose e scioccanti. Da diversi autori (Masotti G., 1999, Besio S. e Roncarolo F. 1996, Ross K., 1997, Poiton A.,1997), è stato evidenziato in alcune trasmissioni televisive, anche di carattere medico,  l'indugiare della telecamera su particolari morbosi, senza fine narrativo con l'unico scopo di colpire e suscitare l'interesse voyeuristico dei telespettatori.

ARTICOLI DI GIORNALE

Gli articoli di giornale analizzati provengono da "La Nuova di Venezia" ed "Il Gazzettino di Venezia", due quotidiani che trattano notizie internazionali, nazionali e locali.

Nonostante l'evento Special Olympics sia stato di portata nazionale, coinvolgendo circa 4000 persone tra atleti, familiari e volontari, tutti gli articoli sono stati pubblicati nelle pagine dedicate all'informazione locale. Questo dato, che può essere indice di declassamento di un evento che riguarda la disabilità psichica, deve essere anche considerato riguardo al fatto che negli stessi giorni si stavano svolgendo i Mondiali di Calcio, Sport molto popolare in Italia e che ha tenuto impegnate tutti i rotocalchi sportivi, comportando una minore trattazione degli sport considerati "minori". In ogni modo non è da trascurare la forte capacità di sensibilizzazione della stampa locale, facendo sentire il tema disabilità più vicino alla quotidianità del lettore.

Inoltre, un altro dato importante, è che la maggior parte degli articoli sono stati pubblicati nella cronaca generica piuttosto che nella cronaca sportiva. La tendenza a riversare tutto ciò che riguarda la disabilità nella cronaca generica, è già stata evidenziata da V. Bussadori (1994), dove si conclude: "[Ž]come dire che nel binomio handicap - cultura/sport/mobilità ha sempre maggior peso il primo termine" [ibidem, p. 28].

In quasi tutti gli articoli analizzati, vediamo il disabile psichico, e temi correlati, scomparire dietro il peso preponderante della politica e dello spettacolo, con predominanza di letture pietistiche (sostegno e assistenza) ed emozionali (solidarietà), e la rappresentazione del soggetto disabile come persona bisognosa d'assistenza/sicurezza, le quali sono manifestate soprattutto quando l'autorità discorsiva è attribuita alle autorità.

Le aree di significato del pietismo, del bisogno di sostegno/ assistenza e della problematicità/ drammaticità sono prevalenti, quando si tratta il tema della famiglia. ("Il Gazzettino, 2 giugno 2002")

Nell'articolo pubblicato né "Il Gazzettino di Venezia" del 2 giugno 2002, vediamo proposta l'immagine pietistica della madre, sottolineata anche dall'aggettivo "anziana", che si sacrifica al suo difficilissimo ruolo d'assistenza al figlio, qui dipinto quasi come una "disgrazia", rispondendo allo stereotipo "che separa il disabile da chi non lo è, ne mette in luce le differenze, il bisogno di protezione, assistenza morale e materiale" (Masotti G., 1999), condannato alla sfortuna e all'emarginazione soprattutto dopo la morte dei loro genitori (viene accennata alla tematica del dopo di noi).

Anche nella stampa è presentato lo "stereotipo rovesciato" della persona disabile.("Il Gazzettino", mercoledì 5 giugno 2002) Enfatizzando come le azioni "normali" diventano per i soggetti disabili "speciali", è ribadita la dicotomia normale/diverso, dove le azioni compiute acquisiscono un particolare a causa del deficit dei protagonisti.

E' proposta, inoltre, l'immagine stereotipata delle persone con disabilità mentali come eccezionalmente capaci d'affetto ed amore, e di grandi manifestazioni di gioia, detentrici di doti umane fuori del comune. ("Il Gazzettino", giovedì 6 giugno")

La particolare problematicità con cui è rappresentata la sfera dell'affettività della persona disabile psichica, si manifesta quando è trattato l'argomento del convegno, organizzato dallo Special Olympics e svoltosi parallelamente alla manifestazione, intitolato "Handicap e sessualità: il silenzio, la voce e la carezza". ("Il Gazzettino", sabato 6 giugno 2002)[12].

In fine, anche nella stampa si sono riscontrate letture vaghe e generiche della disabilità, come nell'uso delle fotografie. Né "La Nuova" del 30 maggio vediamo ritratte nella fotografia una competizione d'atleti disabili motori, nonostante lo Special Olympics è un programma sportivo ricolto ai disabili psichici.

CONCLUSIONI

Diversi fattori di natura individuale, sociale e storica contribuiscono alla diffusione di stereotipi e pregiudizi sul ritardo mentale[13].

Questi tre livelli interagiscono attraverso la pratica della comunicazione generando, nella storia, diverse rappresentazioni condivise come risposta culturale alla diversità del disabile psichico. Tali rappresentazioni, spesso contraddittorie, non si sono susseguite in maniera lineare ma continuano a coesistere creando una limitazione alla piena integrazione e riconoscimento delle persone disabili nella società. Tali rappresentazioni da Besio S. e Roncarolo F. (1996) sono state riassunte in "Rifiuto della differenza" (il deviante è etichettato e conseguentemente eliminato o ghettizzato), "Negazione della differenza" (all'interno di una tendenza all'omologazione della società, al soggetto non è riconosciuto il diritto ad essere differente dagli altri ma un "dover essere", visione medica della disabilità), "Diversità eccezionale" (disabile dotato di caratteristiche personali eccezionali) e "Riconoscimento della differenza e della sua autodeterminazione"

La rappresentazione mediatica costituisce il luogo dove le immagini condivise circa la disabilità sono prodotte o ri-prodotte e condivise (Moscovici S. e Farr R.M. 1984, trad. it. 1995)

La mia analisi linguistica e semiotica degli articoli di giornali e del servizio televisivo riguardanti i Giochi Nazionali Estivi Special Olympics del 2002 ha dimostrato come diverse rappresentazioni stereotipate  della disabilità psichica sono compresenti all'interno dello stesso prodotto informativo nei diversi livelli d'analisi, confermando a livello giornalistico una scarsa cultura della disabilità che comporta male- informazione e confusione circa il giusto atteggiamento da adottare.

Nonostante, infatti, l'aver ritratto le persone con ritardo mentale in un contesto di partecipazione sportiva ha costituito uno stimolo per una trattazione positiva ed attiva della tematica, frequente è stato il ricorso a letture stereotipate e pregiudizievoli.

La lettura giornalistica dell'evento ha spesso favorito visioni emozionali, solidaristiche e sensazionalistiche, dove lo sport è inteso più come mezzo di riabilitazione piuttosto che come partecipazione attiva e competizione.

E' stato trascurato, inoltre, l'aspetto sportivo, nessun riferimento è stato fatto alle competizioni ed è stato dato maggior risalto alle qualità affettive ed alla giocosità degli atleti piuttosto che al loro impegno ed abilità atletiche.

In definitiva, per produrre una cultura di cambiamento degli atteggiamenti nei confronti delle persone disabili non è solamente necessario che i media mostrino la disabilità. 

Il ruolo dei media non è solamente quello di una vetrina dove differenti realtà sono esposte, operando un gioco di conferme in cerca di compiacimento, ma è quello di stimolare una riflessione che provochi cambiamento.

I media devono dirci qualcosa su noi stessi, sui nostri limiti, sul nostro modo di concepire una realtà ricca di sfumature e non di chiari- scuri e sul rapporto con agli altri inteso come apertura alle nostre ed alle altrui differenze.

Il Sottosegretario alla Sanità Antonio Guidi ha tenuto a precisare durante la conferenza stampa per il lancio della "settimana Europea del Calcio Special Olympics", tenutasi a Roma l'11 aprile 2001:

"Non sono i disabili che devono normalizzarsi alla società, ma è la società che deve normalizzarsi alle differenze"

Come evidenziato da più parti, il modo migliore di farlo è mostrare la disabilità come quella che è, parte della quotidianità, togliendole quel'alone di ½specialitའche sempre la contraddistingue.



[1] In gran Bretagna c'è un'importante tradizione, collegata ai movimenti dei disabili, che si è occupata  dello studio culturale della disabilità, la cui origine può essere rintracciata nella riflessione di L. Battye (1966) sull'identità di disabile, e la conseguente discussione di A. Shearer (1981) e J. Campling (1981).

Questi studi diedero il via all'attivismo dei movimenti dei disabili che condusse alla protesta contro l'immagine del disabile nelle pubbliche campagne di beneficenza negli anni '80, con le dimostrazioni contro il patrocinio degli eventi di raccolta fondi Telethon, accusati di trasmettere un'immagine pietistica della disabilità.

In Italia l'attenzione verso l'immagine della disabilità nei media avviene con più di venti anni di ritardo e con studi sporadici specialmente nell'area dell'informazione.

 E' solo alla fine degli anni '80, grazie alla nuova attenzione dei media verso la disabilità seguita l'anno internazionale dell'handicap nel 1981, e al lavoro pionieristico svolto da associazioni di volontariato a forte connotazione politica (in primis la Comunità di Capodarco per quanto riguarda la disabilità) che,  oltre ad innovazioni in campo legislativo, sono stati compiuti i primi studi sulla rappresentazione della disabilità nei media. Per quanto riguarda l'informazione televisiva, uno studio interessante specificatamente dedicato alla disabilità è quello effettuato da Besio S. e Roncarolo F. (1996) che comprende l'analisi del palinsesto Rai (emittente radio-televisiva pubblica italiana) nelle annate 1993-1994. Dal 2000 inoltre, sono pubblicati al sito www.segretariatosociale.rai.it  periodicamente dei rapporti che contengono un'analisi della presenza dei temi sociali, tra cui la disabilità, sempre nelle tre emittenti radiotelevisive pubbliche. Per quanto riguarda la stampa quotidiana, due studi importanti sono stati condotti dal C.D.H. (Centro Documentazione Handicap) di Bologna. Il primo dedicato allo specifico tema "Handicap e Scuola" (Barnardi M., 1992), il secondo comprende un'analisi comparativa di articoli di giornali pubblicati sulla disabilità negli anni 1990 - 1993 (Bussadori V.,1994). Interessante inoltre il progetto internazionale Inter-media, eseguito in collaborazione da quattro cooperative sociali in Italia, Grecia, Spagna e Francia, conclusosi nel 2001 all'interno del quale sono stati compiuti due studi: uno concernente gli effetti dell'informazione sulla percezione della devianza e diversità da parte del pubblico, l'altro relativo alla rappresentazione delle stesse tematiche, tra cui la disabilità, nella stampa quotidiana all'interno dei quattro paesi (il report finale può essere consultato al sito www.elpendu.it). 

[2] K.Ross (1997), nel suo studio sulle opinioni circa la rappresentazione della disabilità nei media da parte degli stessi spettatori disabili, ha evidenziato un'aspra critica alle News Televisive ed  in particolare al modo in cui la disabilità psichica è quasi esclusivamente riportata in maniera negativa e collegata a fatti di violenza, provocando paure ed ansietà nella gente comune. Lo stesso dato è stato confortato dal sondaggio d'opinione effettuato all'interno del progetto Inter-media (2001), da cui ne è evidenziato che il 23% degli intervistati individua nella "criminalizzazione" l'immagine prevalente della disabilità psichica fornita dalla televisione.

[3] Secondo L. Arcuri e M. R. Cadinu (1998), sono tre le funzioni del linguaggio rispetto lo stereotipo:

1.La trasmissione

2.Organizzare le informazioni nella mente degli individui.

3.Esprimere l'identità sociale dei gruppi.

La terminologia attraverso cui noi ci riferiamo ad un determinato gruppo sociale, vale a dire ai disabili, non è, quindi, solamente un problema di tipo linguistico ma ha un forte impatto nel modo in cui il gruppo denominato è percepito in termini sociali.

Le etichette linguistiche non sono stabili nel tempo ma sono soggette a modificazione. Avviene un cambiamento nella descrizione di condotte e di gruppi sociali, infatti, mano a mano che certi comportamenti sono accettati e sono attuate delle politiche d'integrazione.

Agli inizi di questo secolo era usato il termine infelice per designare una qualsiasi disabilità e, negli anni successivi, la nomenclatura non ha subito un'evoluzione rilevante giacché si è radicato l'uso d'espressioni quali minorato, invalido, inabile e così via.

Per quanto riguarda il mio caso studio, la disabilità mentale, nell'ultimo secolo si sono susseguite numerose etichette linguistiche, da idiotismo, a semplici  fino alla definizione Boleana d'insufficienza mentale e sub - normale che si rifacevano alla concezione classica d'età mentale.

Questi termini che un tempo erano usati come neutrali, spesso di derivazione medica, ora sono considerati pregiudizievoli.

Intorno al termine handicap non c'è consenso: la condizione di handicappato deriva dai limiti del contesto sociale e dell'ambiente nell'adattarsi alla diversità d'ogni individuo, quindi è ritenuto scorretto riferirsi a tale termine come caratteristica intrinseca all'individuo.

Quando ci si riferisce alla persona, sui termini "disabile", "persona disabile", "persona con disabilità" e "disabilità" ci sono più consensi. Anche nel Regno Unito i termini preferiti sono "disabled person" o "person with disability".

[4] L'analisi del contesto in cui il discorso sul disabile è inserito costituisce una delle indicazioni di maggior rilievo sul progetto comunicativo riguardante la tematica. Dal genere informativo scelto e dalla collocazione dipendono,infatti,oltre che la modellazione del messaggio, le attese da parte del lettore/ fruitore. Come pone l'accento E. Shaw (1979), i media forniscono, oltre alle informazioni, le categorie cognitive entro cui inserirle.

[5] Con tale termine intenderò tutti gli elementi (titolazione, lead, grafica, note e rapporto testo/fotografie per gli articoli di giornale e il lancio della news, scritte e titolazioni, musica ed elementi di montaggio per il servizio televisivo) che hanno l'importante funzione di orientare la lettura dell'audience, anche evidenziando gli elementi della notizia ritenuti più importanti.

[6] Sono state condotte tre interviste: la prima a Novella Calligaris, redattore capo di Rainews24, la seconda al giornalista Marco Bariletti che si è occupato del servizio filmato, e l'ultima ad Alessandro Baracchini, il giornalista che ha condotto l'intervista in studio con l'atleta Special Olympics Alfredo Scarlata.

[7] Come afferma Masotti G. (1999) nel linguaggio televisivo:

"il primato del visibile si impernia sull'esibizione di persone, non sulla lungaggine retorica: contano i volti, la simpatia degli atteggiamenti, l'emotività dei linguaggi" (Masotti G., 1999, p.69)

Quella che ne risulta è un'accentuazione della caratterizzazione personale, più attraente per il pubblico e strumentale ad una narrativa semplice, che tenta di non addentarsi nel complesso territorio della cultura della disabilità, perché di più bassa attendibilità mediatica e più difficile da controllare.

[8]  Ann Poiton (1997), nel suo studio sulla rappresentazione della disabilità nei documentari e programmi verità, evidenzia quattro temi prevalenti: tragedia, trasformazione, normalizzazione, spettacolo. Gli attori che aiutano i produttori, a costruire la narrativa sono i terapisti, le stesse persone disabili e le organizzazioni (di solito Istituti d'assistenza). Essi, secondo il soggetto prescelto, tendono ad assumere due ruoli principali che sono quelli di "salvatore" e di "vittima". Anche quando la storia presentata dai documentari non è quella di una "vittima", la nozione di "vittima", secondo l'autrice, è inseparabile dalla sempre presente situazione di rifiuto, implicita o esplicita. Il ruolo di salvatore può essere assunto dall'accompagnatore o dal terapista, ma alcune volte può essere assunto dalla stessa persona disabile. L'effetto sulla "disabilità" è che pregiudizi e stereotipi sono messi in scena piuttosto che cambiati.

[9] In Gran Bretagna tale modalità è descritta con l'espressione "Does he take sugar?" (letteralmente: "Lui lo vuole, lo zucchero?), dal nome di una nota trasmissione televisiva sulla disabilità (Cumberbatch  & Negrina, 1992: 92-97).

[10] Anche se il giornalista che si è occupato del servizio filmato, Marco Bariletti, ha ammesso che l'unico caso in cui ha riscontrato problemi di comunicazione con il soggetto con disabilità psichica è stato quello di Silvia, infatti, aveva fatto un'intervista ben riuscita con due atleti velisti Special Olympics Enrico e Matteo che poi è stata tagliata per motivi di tempo e perché la storia di Silvia era più clamorosa.

[11] E' caratteristica dello Special Olympics quella di associare l'aggettivo speciale agli atleti che partecipano al programma. Ma, come affermato nelle linee guida Special Olympics International, l'aggettivo "speciale" che vorrebbe essere un modo per evidenziare le qualità e potenzialità delle persone con disabilità, se abusato potrebbe sortire l'effetto contrario: collocare la persona in un ambito semantico opposto a quello di normalità, nella sfera della devianza dalla norma ed eccezionalità, lontano dalla quotidianità (www.specialolympics.org)

[12] Il disagio con cui è percepito questo tema è stato rilevato dallo studio sulla percezione dell'handicap, eseguito da R. Pigliacampo (1994), dove si evidenzia la perplessità  o la contrarietà da parte della gente comune al fatto che un soggetto disabile possa sposarsi ed avere una famiglia. Particolare è il caso dei disabili psichici dove stereotipie culturali e comportamenti si aggravano ulteriormente. Infatti, la platealità e ripetitività di certe manifestazioni sessuali dei soggetti con disabilità psichica, ingenera paura ed angoscia rimettendo comunque in discussione la sessualità di quanti lo circondano, cristallizzando così una popolazione d'idee che vede la sessualità come aspetto particolare, auto- erotico, omosessuale, comunque perverso, della personalità. (Cartelli, 1993, p. 98- 99). Ancora citando la ricerca di V. Bussadori (1994), la studiosa ha fatto notare che, nella maggior parte dei casi in cui i quotidiani  trattano la tematica dell'affettività delle persone disabili, la collegano ad episodi di violenza sessuale o di sterilizzazione di disabili psichici.

 La sessualità delle persone disabili è, quindi, "anormale" o "non consapevole".

[13]

1.     Ragioni individuali d'ordine percettivo: la necessità di semplificazione del reale (Allport), la "dissonanza cognitiva" provocata dall'incontro con il diverso (Festinger L., 1957), l'errata concezione di integrazione intesa come necessaria aderenza a un modello ideale di uomo, ed il conseguente "scarto" di colui ritenuto "non completo" e per questo "non integrabile" (Lascioli A., 2000).

2.     La necessità di riconoscerci nel nostro gruppo d'appartenenza e nei canoni d'efficienza della società occidentale, con conseguente angoscia di rispecchiarci in un'immagine non edificante, quella del disabile, dove sono proiettate le nostre frustrazioni e debolezze. Tutto ciò che esula dall'ordine precostituito della società,  percepito come diverso, è esperito come minaccioso quindi oggetto di ostilità e tentativi di rimozione. ( Rose A.,1951; Rokeach M.,1960; Calegari P. ,1994).    Nel caso specifico della disabilità psichica, tutto ciò si unisce alla difficoltà di entrare in entropia ed in comunicazione con l'altro, di condividerne i valori e le norme di comportamento (Piglicampo R., 1994; Lascioli A., 2000).

3.     Ragioni storiche e culturali. Pregiudizio e stereotipo sono funzionali alla conservazione e riproduzione del sistema sociale politico-economico e quindi alla salvaguardia degli interessi dei gruppi di potere (Lascioli A., 2000, Cox 1948). La figura del malato mentale ha suscitato nel corso della storia contrastanti sentimenti d'angoscia e di fascino sacrale e ciò ha anche origine nelle superstiziose credenze del Medio Evo (le persone disabili psichiche erano messe al rogo alla scorta delle streghe) e nell'atteggiamento ambiguo e spesso discriminatorio delle ragioni cattoliche e protestanti (Corazzieri G. e L'Imperio A.,1994). Da ciò la visione magico/religiosa della malattia mentale, dell'uomo "folle" come figura mitologica e capace di essere in contatto con una dimensione ultraterrena da un lato, oppure punizione divina e mostro dall'altro (visione poi trasformata in una rappresentazione "criminale" e deviante).