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TESI
Università degli Studi di Macerata
Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione
Tesi di Laurea in Psicologia Sociale
LA RAPPRESENTAZIONE DELLA DISABILITA' PSICHICA NEL LINGUAGGIO
GIORNALISTICO
Laureanda:
Gioia Feliziani
Relatore: Chiar.ma
Prof. ssa Barbara Pojaghi
Anno Accademico
2001 - 2002
INDICE
Introduzione.1
CAPITOLO I
1. La disabilità psichica
vista da vicino.3
2. Stereotipo e pregiudizio.7
2.1. Stereotipo,
pregiudizio e rappresentazione.12
3. Stereotipo, pregiudizio
e disabilità psichica.17
3.1. Una
prospettiva storica.173.2. Origini
dello stereotipo e del pregiudizio sulla disabilità psichica.23
3.2.1.
Ritardo mentale e pregiudizi: sondaggio promosso dallo
Special Olympics Italia.30
3.3. Le
cornici culturali della disabilità psichica.32
3.4. Etichette
linguistiche, stereotipi e disabilità.36
CAPITOLO II. LA
RAPPRESENTAZIONE DELLA DISABILITA' PSICHICA NEI MEZZI DI INFORMAZIONE
Introduzione.42
1. Lo stereotipo della
disabilità nei media.44
2. Effetti della rappresentazione
mediatica della disabilità sull'audience.50
3. La rappresentazione
della disabilità nell'informazione televisiva.55
3.1.
La disabilità nel palinsesto Rai.59
4. La rappresentazione
della disabilità nella stampa quotidiana.65
CAPITOLO III: INTRODUZIONE
ALL'ANALISI
1. Introduzione al caso
studio.73
2. Metodologia di analisi.76
2.1. Analisi
dei denotati linguistici.802.2. Analisi
dei denotati visivi.84
CAPITOLO IV: ANALISI
1. Introduzione: L'importanza
del meso- sistema informativo dove l'evento è inserito.87
2. Analisi del servizio
televisivo
2.1. Elementi
extratestuali: Il contesto.902.2. Elementi
paratestuali.92
2.3. Servizio
filmato
2.3.1. Interviste.942.3.2. Immagini.100
2.4. Intervista
in studio.1042.5. Conclusioni:
tra casi umani ed eroi normodotati.113
3. Analisi degli articoli
di giornale
Il
Gazzettino, Giovedì 30 maggio 2002.118La
Nuova di Venezia, Giovedì 30 maggio 2002.127Il
Gazzettino, Domenica 2 giugno 2002.133Il
Gazzettino, Mercoledì 5 giugno 2002.139Il
Gazzettino, Giovedì 6 giugno 2002.143Il
Gazzettino, Sabato 8 giugno 2002.149
Conclusioni.155
Appendice n. 1: Servizio Televisivo.161
Appendice n. 2: Schede di rilevazione
dati.168
Appendice n. 3: Dati.181
Appendice n. 4: I Giochi Nazionali
Estivi Special Olympics su radio e TV.204
Bibliografia.206
SINTESI
Introduzione
Lo scopo di questa mia ricerca è quello
di esplorare le immagini e rappresentazioni culturali della disabilità psichica
attraverso la sua caratterizzazione nel linguaggio giornalistico, il che
equivale innanzi tutto a compiere un "censimento dell'assenza":
la disabilità psichica, anche rispetto ad altre tipologie di disabilità quali
quella fisica e sensoriale, raramente è presentata nel circuito mediatico.
Ciò sorprende soprattutto perché essa
costituisce una realtà diffusissima, infatti, per frequenza, durata e
conseguenze, i disturbi psichici rappresentano la maggiore causa di sofferenza
e disabilità nel mondo (C.N.C.A., 2002).
Differenti studi sono stati condotti sulla rappresentazione
culturale della persona disabile, soprattutto in ambito britannico[1].
Essi hanno dimostrato che la rappresentazione delle persone disabili nei
media e nelle altre forme d'arte, come la letteratura, la filmografia, la
fotografia ecc, offre una dimostrazione dell'oppressione culturale
e sociale che coinvolge tutti gli ambiti di soggettività del disabile
nella società contemporanea.
Particolare problematicità è stata
rilevata per quanto riguarda la trattazione giornalistica.
I criteri di notiziabilità assumono una
funzione ritardante ed inibente della capacità mimetica del mezzo
d'informazione, caratterizzata dalla continua ricerca dell'evento straordinario,
che esuli dalla normalità, che sia in qualche deviante, trasgressivo
o, viceversa, ciò che rassicura, ad esempio i luoghi comuni.
Di qui, il frequente ricorso nella rappresentazione
della disabilità agli stereotipi dell'estremo, pietistici o spettacolari, capaci
di suscitare forti emozioni e partecipazione nell'audience.
La disabilità, essendo un tema complesso
e ricco di sfaccettature, poco si adatta alla routine di produzione giornalistica,
caratterizzata da tempi frenetici e spazi limitati. Ciò contribuisce
ad una lettura semplificata e frammentata, vale a dire costituita da una
serie di storie individuali, "casi umani", senza un'organica contestualizzazione
ed approfondimento del tema.
Per quanto riguarda nello specifico la disabilità psichica,
nell'informazione frequente è il collegamento a casi di cronaca nera,
di violenza subita o perpetrata, di sterilizzazione o, in Italia, all'infuocato
dibattito sulla chiusura delle istituzioni manicomiali operata negli anni
'80. Tutto ciò, unito all'ancora frequente confusione tra disabilità e
malattia psichica, ha contribuito ad alimentare il particolare "allarme
sociale" ed "imbarazzo" con cui il tema è sentito[2], a conferma che la percezione del disabile
psichico si situa tra il "deviante da isolare" ed "il malato
da assitere".
In questa mia ricerca affronterò l'immagine
della disabilità psichica in un contesto insolito rispetto a quelli
in cui usualmente è trattata nell'informazione: quello sportivo.
A tal fine sono stati selezionati sei articoli
di giornale ed un servizio televisivo sui Giochi Nazionali Estivi Special
Olympics Italia 2002, al fine di eseguire un'analisi qualitativa.
Lo Special Olympics è un movimento internazionale
che si occupa d'allenamento sportivo e competizioni atletiche in varie discipline
olimpiche, per adulti e bambini con ritardo mentale.
Il movimento Special Olympics, mira ad utilizzare
il valore sociale e educativo dello sport, insieme alla sua capacità di
catalizzare attenzione da parte dei media, per sensibilizzare e porre alla
conoscenza del vasto pubblico non solo le abilità sportive ma anche
gli aspetti culturali e sociali della realtà della disabilità psichica.
Per questo sono attivati numerosi eventi collaterali parallelamente
alle manifestazioni, come avvenimenti artistici, convegni che hanno toccato
particolari temi come quella della famiglia e della sessualità, senza
tralasciare i momenti di svago e di socializzazione, che hanno offerto notevole
materiale e spunti di riflessione ai media e, conseguentemente, alla mia
analisi.
METODOLOGIA D'ANALISI
Nel corso della mia analisi il mio tentativo
sarà di evidenziare gli stereotipi e i pregiudizi circa la disabilità mentale
secondo le seguenti tipologie:
- Stereotipi di contenuto: sono analizzate le cornici tematiche in cui la
disabilità mentale e temi collegati sono collocate.
- Stereotipi di rappresentazione iconografica
e linguistica[3]
- Stereotipi che riguardano l'attribuzione
dell'autorità discorsiva: analizzerò a
chi il più delle volte è concesso di parlare della disabilità e
temi correlati.
Come prima introduzione all'analisi, ho fatto
riferimento al mesosistema informativo in cui l'evento- notizia dei Giochi
Nazionali Estivi Special Olympics 2002 è inserito, vale a dire gli
altri accadimenti e notizie contemporanee che potrebbero aver influenzato
la rappresentazione giornalistica in termine di tipo di trattazione ed importanza
data.
Un servizio televisivo e i sei articoli di giornale
più indicativi sono stati selezionati.
Al fine di condurre l'analisi degli articoli
di giornale e del servizio televisivo, ho considerato, per entrambi, sia
gli elementi extratestuali (contesto[4] e paratesto[5]), che gli elementi testuali
(i "denotati" linguistici e visivi). Al fine dell'analisi degli
elementi linguistici e visivi, ho utilizzato delle schede di rilevazione
costituite dai seguenti items, analizzati singolarmente ed incrociati:
Analisi denotati linguistici (unità d'analisi:
per i quotidiani ogni singolo elemento paratestuale e frase, per il servizio
televisivo ogni singolo elemento paratestuale ed intervista).
Gli items sono stati suddivisi in tre parti,
una contenutistica (argomenti trattati, aree di significato, soggetti
del discorso, tono, autorità discorsiva), una linguistica (terminologia
condizione, terminologia con cui si riferisce ai soggetti con disabilità mentale),
ed infine una parte che io ho chiamato "rappresentazionale", dove
ho evidenziato le caratteristiche più strettamente correlate alla
disabilità mentale desumendole dal testo (ruolo, abilità, aspetti
caratteriali).
Analisi denotati visivi: (unità d'analisi:
per gli articoli di giornale le fotografie, per il servizio televisivo
ogni singola ripresa).
Per l'analisi delle immagini, gli items sono:
rapporto con il testo (generiche o specifiche), argomenti rappresentati,
connotazioni/area di significato, soggetti della foto, caratterizzazione
dei soggetti (singoli, gruppo omogeneo, gruppo disomogeneo), tipologia di
deficit, sesso, abilità associate, aspetti caratteriali, analisi delle
didascalie e titolazioni.
Per l'analisi del servizio televisivo, inoltre,
ho tenuto in considerazione gli elementi metacomunicativi (tono della voce,
la prossemica e cinestetica, interrelazione tra i contenuti e l'atteggiamento
dei parlanti), e, per l'analisi dell'intervista in studio con Alfredo Scarlata,
alcuni strumenti dell'analisi conversazionale (allocazione del turno, pre-
allocazione, organizzazione delle pause e dei silenzi).
Lavorando come media relation, ho avuto l'opportunità di
sondare direttamente l'approccio giornalistico all'evento ed in generale
al tema della disabiltà psichica.
In particolare ho seguito direttamente lo svolgimento
del servizio televisivo analizzato, dal primo contatto con i giornalisti
al momento della registrazione sondando, anche attraverso interviste con
gli editori del programma ed i giornalisti coinvolti[6], le intenzioni in termini di rappresentazione.
ANALISI DEL SERVIZIO TELEVISIVO
Il servizio preso in esame è stato trasmesso
il 17 giugno 2002 all'interno di"Racconto Italiano", Magazine di
Rainews24, canale satellitare Rai completamente dedicato all'informazione,
che si occupa d'approfondimento di notizie legate al sociale con uno sguardo
particolare ai cittadini italiani residenti all'estero, poiché la
trasmissione viene anche trasmessa su Rai International.
"Racconto Italiano" si qualifica come
un programma informativo- culturale. A tale tipologia di programma, secondo
Besio S. e Roncarolo F. (1996), corrisponde una diversa rappresentazione
della disabilità rispetto all'informazione dei telegiornali, dove
la regola della cronaca comporta come unica via d'accesso l'eccezionalità preferendo,
così, i toni pietistici e la ricerca dei "super - eroi".
Nei programmi informativi culturali,
essendo meno legati alla logica degli eventi ed essendo le questioni
portate in primo piano dalla sensibilità dei redattori, è data
minor rilevanza all'attualità politica e maggiore spazio alla dimensione
culturale della disabilità.
Inoltre, come rilevato dal programma editoriale
di "Racconto Italiano" e dagli stessi giornalisti nelle interviste,
quella che è operata è una forte personalizzazione della notizia: è attraverso
le parole dei protagonisti che la storia è costruita, inoltre grande
importanza è data alle singole storie personali[7].
Il servizio filmato è formato da sei spezzoni
d'intervista, due delle quali effettuate ad Alessandro Palazzotti, presidente
Special Olympics Italia, altre due con Chiaristella Vernole e Zita Peratti,
tecnici nazionali. Gran risalto è stato dato alla storia di un singolo
atleta, Silvia, attraverso le parole di sua madre, Lina Mascarello e la sua
allenatrice, Mariangela Poncato.
Al termine del servizio filmato, è stata
trasmessa un'intervista in diretta con Alfredo Scarlata, atleta Special Olympics
ed attore.
D'analisi delle diverse parti del servizio televisivo
sono state evidenziate diverse immagini semplificate e stereotipate della
disabilità psichica.
Come il giornalista Marco Bariletti durante l'intervista
ha affermato, il messaggio che si voleva dare attraverso il servizio è come
lo sport aiuti l'inserimento delle persone con disabilità psichica
nella società, per questo molto spazio all'interno di esso è stato
dato alle storie di "trasformazione"[8].
Secondo le parole di Alessandro Palazzotti nella
prima intervista, infatti, le persone disabili psichiche sono poste in un'iniziale
dimensione d'esclusione. E' soltanto attraverso l'intervento riabilitatore
dell'associazionismo sportivo che essi riescono ad essere inseriti nella
realtà dei normodotati acquisendo fisicità e sicurezza, che
in questa situazione sembrano assurgere a canoni di normalità.
La stessa tematica è proposta nella presentazione
della storia di Silvia, con le parole della madre, Lina Mascarello, e dell'allenatrice,
Mariangela Poncato, la quale attraverso l'esasperazione dei toni sensazionalistici,
assume quasi una valenza miracolistica.
Questa volta i "canoni di normalità" menzionati,
sono le abilità comunicative, la cui mancanza da parte dell'atleta
le creava difficoltà nel rapporto con gli altri.
Silvia è descritta dalla sua allenatrice
come una "non persona", "doveva ancora nascere", "un
guscio", "un uovo". Vediamo qui suggerito, a livello linguistico,
lo stereotipo dell'"handicap come impedimento ad una vita piena e felice",
variante del "meglio morti che disabili", due delle immagini della
disabilità nei media evidenziate dallo studioso americano J. Nelson
(1994).
E' come se i problemi di comunicazione impedissero
alla persona disabile psichica l'acquisizione di una propria soggettività.
La "spersonalizzazione" della persona
disabile è stata operata anche a livello iconografico: anche se due
spezzoni del servizio sono dedicati alla storia di Silvia, nella maggior
parte dei casi essa svolge un ruolo neutro/assente. Durante l'intervista
a sua madre, Silvia non è presente, lo è invece durante l'intervista
della sua allenatrice, ma è come se non lo fosse, infatti, non
le è stata data autorità discorsiva.
In questo modo è messa in atto una tecnica
per fissarlo al proprio ruolo di disabile, minorato[9].
Tale strategia, nelle trasmissioni televisive, è particolarmente usata
in presenza di persone con disabilità cognitiva (Besio S. e Roncarolo
F., 1996: 283-284), a causa, probabilmente, delle difficoltà comunicative[10].
La rappresentazione delle persone con disabilità psichica
come insicure e bisognose d'assistenza è stata confermata, inoltre,
nel filmato dalle frequenti immagini d'atleti che compiono attività sportiva
con il supporto dei loro allenatori.
Inoltre nelle scritte in sovra impressione durante
le interviste, delle persone con disabilità psichica, al contrario
degli altri soggetti, ne sono forniti solamente il nome (Silvia) o il nome
e cognome (Alfredo Scarlata), e mai è menzionato il loro ruolo all'interno
della manifestazione in maniera esplicita, come spesso accade nella rappresentazione
televisiva (Besio S. e Roncarolo F., 1996), dimostrazione del non riconoscimento
di alcun ruolo al di fuori di quello, appunto, di disabile.
Presente è anche lo stereotipo del disabile
psichico come "eterno bambino": sempre inevitabilmente minore proprio
perché portatore di menomazione.
L'atleta Silvia è indicata dall'allenatrice
con il termine "ragazzina" nonostante abbia 19 anni, e spesso gli
atleti sono ripresi in atteggiamenti giocosi e divertiti.
Diverse volte è stato proposto lo "stereotipo
rovesciato" o del "disabile iper-valorizzato" dove azioni
e capacità diventano straordinarie proprio perché rapportate
all'handicap di chi è protagonista (Masotti, 1999).
Il servizio televisivo è stato intitolato "Con
una marcia in più" sottolineando, puntando all'emotività,
il carattere d'eccezionalità delle persone disabili psichiche.Lina
Mascarello, inoltre, nel descrivere la sua storia e quella di sua figlia,
usa spesso l'aggettivo "speciale", lo stesso fa Alessandro Palazzotti,
nel descrivere in generale le persone con disabilità psichica[11].
Presenti inoltre molte immagini "semplificate" o "rassicuranti" della
disabilità psichica. I soggetti maggiormente ripresi hanno la sindrome
di Down, deficit chiaramente distinguibile e comunicabile attraverso le immagini.
In questo modo è trascurato l'aspetto
informativo. La sindrome di Down, infatti, è spesso elevata a simbolo
della disabilità intellettiva, anche se ne rappresenta una delle tante
(anche se la più "evidente"), sfaccettature di una realtà vasta
e variegata.
L'immagine stereotipata della persona con la
Sindrome di Down come capace di straordinaria affettuosità e dotata
di particolari qualità umane è stata presentata più volte
nel corso del servizio attraverso l'uso delle immagini.
E' interessante notare la scelta effettuata dal
giornalista Marco Bariletti, a causa dei limiti di tempo, di non inserire
nel servizio filmato l'intervista ben riuscita a due atleti Special Olympics
e di dare più spazio a quello da lui definito "caso umano" più eclatante,
la storia di Silvia, ed alle parole del presidente Alessandro Palazzotti,
per la sua "carica umana" e doti comunicative.
Come ha sottolineato G.Masotti (1999), prerogativa
del sistema televisivo è quella del frequente uso, per quanto riguarda
le tematiche sociali tra cui la disabilità, dei "video leader",
o "eroi normodotati" della disabilità, al fine di rendere
il messaggio esemplificato, comunicativo ma anche rassicurante. In tal modo,
infatti, "la TV personalizza il meccanismo di delega della lotta
contro la sfortuna" (ibidem, p.70).
Tutto ciò comporta che i veri protagonisti delle storie narrate, le
persone disabili, rimangono sullo sfondo, con il rischio di consolidare l'immagine
dei soggetti da assistere ed incapaci di difendere autonomamente i propri
diritti.
Per quanto riguarda l'intervista in studio con
l'atleta Special Olympics Alfredo Scarlata si è molto incentrata sul
suo ruolo d'attore, che lo ha portato a recitare nel film "Ti voglio
bene Eugenio" con Giuliana De Sio Giancarlo Gianni, due attori molto
noti in Italia.
In questo modo, con toni sensazionalistici, è evidenziata
quella che non è una situazione ordinaria, quotidiana, ma speciale,
da cui si evince una rappresentazione stereotipata della disabilità spesso
riportata dai media: quella del "campione di disabilità" (Besio
S. e Roncarolo F., 1996, Masotti G., 1999), storie di persone che riescono
a compiere imprese straordinarie a discapito della propria disabilità.
Fortunatamente non mancano, seppur sporadiche,
rappresentazioni delle persone disabili psichiche come persone attive che
scelgono di impegnarsi nella vita e nello sport.
Nell'intervista a Zita Peratti, Tecnico Nazionale
Ginnasta, l'argomento trattato dall'intervista è il vantaggio che
le persone disabili traggono dall'attività sportiva: anche in questo
caso è accennato il tema della trasformazione e l'importante elemento
a cui il disabile deve ambire è l'autonomia o la quasi autonomia.
Questa volta, però, è il disabile l'individuo attivo, capace
di usare lo sport come mezzo di miglioramento.
Nelle interviste, nella maggior parte dei casi
il soggetto con disabilità psichica è indicato attraverso l'appellativo
generico di persona, di cui il deficit, la condizione o la "specialità" ne
rappresentano una caratteristica associata, non la persona stessa ("persona
speciale", "persona con disabilità", "ragazzi
disabili"). In questo modo è limitato l'effetto inglobante dell'etichetta
linguistica. Mai è stato usato il termine "handicap" e,
quando i soggetti sono identificati con il loro ruolo attivo all'interno
della manifestazione, e quindi è utilizzato il termine "atleti",
mai vi è associato il deficit o la menomazione. Nell'intervista in
studio, nonostante l'iniziale imbarazzo ed i toni sensazionalistici ed a
tratti paternalistici dell'intervistatore, l'atleta attore ha dimostrato
autonomia di pensiero e decisione nel presentare la sua storia di una persona
che compie normalmente una vita di svago, lavoro ed interessi. Questo dato
conferma ciò che è stato evidenziato nella loro analisi da
S. Besio e F. Roncarolo (1996), dell'immagine più esatta conferita dell'intervista
della disabile in studio rispetto ai servizi filmati, a riprova del beneficio
apportato dall'incontro e lo scambio diretto con la "diversità".
Da notare, infine, la scelta professionalmente
impeccabile del giornalista che ha eseguito il servizio filmato, di
non mostrare immagini troppo morbose e scioccanti. Da diversi autori (Masotti
G., 1999, Besio S. e Roncarolo F. 1996, Ross K., 1997, Poiton A.,1997), è stato
evidenziato in alcune trasmissioni televisive, anche di carattere medico, l'indugiare
della telecamera su particolari morbosi, senza fine narrativo con l'unico
scopo di colpire e suscitare l'interesse voyeuristico dei telespettatori.
ARTICOLI DI GIORNALE
Gli articoli di giornale analizzati provengono
da "La Nuova di Venezia" ed "Il Gazzettino di Venezia",
due quotidiani che trattano notizie internazionali, nazionali e locali.
Nonostante l'evento Special Olympics sia stato
di portata nazionale, coinvolgendo circa 4000 persone tra atleti, familiari
e volontari, tutti gli articoli sono stati pubblicati nelle pagine dedicate
all'informazione locale. Questo dato, che può essere indice di declassamento
di un evento che riguarda la disabilità psichica, deve essere anche
considerato riguardo al fatto che negli stessi giorni si stavano svolgendo
i Mondiali di Calcio, Sport molto popolare in Italia e che ha tenuto impegnate
tutti i rotocalchi sportivi, comportando una minore trattazione degli sport
considerati "minori". In ogni modo non è da trascurare la
forte capacità di sensibilizzazione della stampa locale, facendo sentire
il tema disabilità più vicino alla quotidianità del
lettore.
Inoltre, un altro dato importante, è che
la maggior parte degli articoli sono stati pubblicati nella cronaca generica
piuttosto che nella cronaca sportiva. La tendenza a riversare tutto ciò che
riguarda la disabilità nella cronaca generica, è già stata
evidenziata da V. Bussadori (1994), dove si conclude: "[]come dire
che nel binomio handicap - cultura/sport/mobilità ha sempre maggior
peso il primo termine" [ibidem,
p. 28].
In quasi tutti gli articoli analizzati, vediamo
il disabile psichico, e temi correlati, scomparire dietro il peso preponderante
della politica e dello spettacolo, con predominanza di letture pietistiche
(sostegno e assistenza) ed emozionali (solidarietà), e la rappresentazione
del soggetto disabile come persona bisognosa d'assistenza/sicurezza, le quali
sono manifestate soprattutto quando l'autorità discorsiva è attribuita
alle autorità.
Le aree di significato del pietismo, del bisogno
di sostegno/ assistenza e della problematicità/ drammaticità sono
prevalenti, quando si tratta il tema della famiglia. ("Il Gazzettino,
2 giugno 2002")
Nell'articolo pubblicato né "Il Gazzettino
di Venezia" del 2 giugno 2002, vediamo proposta l'immagine pietistica
della madre, sottolineata anche dall'aggettivo "anziana", che si
sacrifica al suo difficilissimo ruolo d'assistenza al figlio, qui dipinto
quasi come una "disgrazia", rispondendo allo stereotipo "che
separa il disabile da chi non lo è, ne mette in luce le differenze,
il bisogno di protezione, assistenza morale e materiale" (Masotti
G., 1999), condannato alla
sfortuna e all'emarginazione soprattutto dopo la morte dei loro genitori
(viene accennata alla tematica del dopo di noi).
Anche nella stampa è presentato lo "stereotipo
rovesciato" della persona disabile.("Il Gazzettino", mercoledì 5
giugno 2002) Enfatizzando come le azioni "normali" diventano per
i soggetti disabili "speciali", è ribadita la dicotomia
normale/diverso, dove le azioni compiute acquisiscono un particolare a causa
del deficit dei protagonisti.
E' proposta, inoltre, l'immagine stereotipata
delle persone con disabilità mentali come eccezionalmente capaci d'affetto
ed amore, e di grandi manifestazioni di gioia, detentrici di doti umane fuori
del comune. ("Il Gazzettino", giovedì 6 giugno")
La particolare problematicità con cui è rappresentata
la sfera dell'affettività della persona disabile psichica, si manifesta
quando è trattato l'argomento del convegno, organizzato dallo Special
Olympics e svoltosi parallelamente alla manifestazione, intitolato "Handicap
e sessualità: il silenzio, la voce e la carezza". ("Il Gazzettino",
sabato 6 giugno 2002)[12].
In fine, anche nella stampa si sono riscontrate
letture vaghe e generiche della disabilità, come nell'uso delle fotografie.
Né "La Nuova" del 30 maggio vediamo ritratte nella fotografia
una competizione d'atleti disabili motori, nonostante lo Special Olympics è un
programma sportivo ricolto ai disabili psichici.
CONCLUSIONI
Diversi fattori di natura individuale, sociale
e storica contribuiscono alla diffusione di stereotipi e pregiudizi sul ritardo
mentale[13].
Questi tre livelli interagiscono attraverso la
pratica della comunicazione generando, nella storia, diverse rappresentazioni
condivise come risposta culturale alla diversità del disabile psichico.
Tali rappresentazioni, spesso contraddittorie, non si sono susseguite in
maniera lineare ma continuano a coesistere creando una limitazione alla piena
integrazione e riconoscimento delle persone disabili nella società.
Tali rappresentazioni da Besio S. e Roncarolo F. (1996) sono state riassunte
in "Rifiuto della differenza" (il deviante è etichettato
e conseguentemente eliminato o ghettizzato), "Negazione della differenza" (all'interno
di una tendenza all'omologazione della società, al soggetto non è riconosciuto
il diritto ad essere differente dagli altri ma un "dover essere",
visione medica della disabilità), "Diversità eccezionale" (disabile
dotato di caratteristiche personali eccezionali) e "Riconoscimento della
differenza e della sua autodeterminazione"
La rappresentazione mediatica costituisce il
luogo dove le immagini condivise circa la disabilità sono prodotte
o ri-prodotte e condivise (Moscovici S. e Farr R.M. 1984, trad. it. 1995)
La mia analisi linguistica e semiotica degli
articoli di giornali e del servizio televisivo riguardanti i Giochi Nazionali
Estivi Special Olympics del 2002 ha dimostrato come diverse rappresentazioni
stereotipate della disabilità psichica sono compresenti all'interno
dello stesso prodotto informativo nei diversi livelli d'analisi, confermando
a livello giornalistico una scarsa cultura della disabilità che comporta
male- informazione e confusione circa il giusto atteggiamento da adottare.
Nonostante, infatti, l'aver ritratto le persone
con ritardo mentale in un contesto di partecipazione sportiva ha costituito
uno stimolo per una trattazione positiva ed attiva della tematica, frequente è stato
il ricorso a letture stereotipate e pregiudizievoli.
La lettura giornalistica dell'evento ha spesso
favorito visioni emozionali, solidaristiche e sensazionalistiche, dove lo
sport è inteso più come mezzo di riabilitazione piuttosto che
come partecipazione attiva e competizione.
E' stato trascurato, inoltre, l'aspetto sportivo,
nessun riferimento è stato fatto alle competizioni ed è stato
dato maggior risalto alle qualità affettive ed alla giocosità degli
atleti piuttosto che al loro impegno ed abilità atletiche.
In definitiva, per produrre una cultura di cambiamento
degli atteggiamenti nei confronti delle persone disabili non è solamente
necessario che i media mostrino la disabilità.
Il ruolo dei media non è solamente quello
di una vetrina dove differenti realtà sono esposte, operando un gioco
di conferme in cerca di compiacimento, ma è quello di stimolare una
riflessione che provochi cambiamento.
I media devono dirci qualcosa su noi stessi,
sui nostri limiti, sul nostro modo di concepire una realtà ricca di
sfumature e non di chiari- scuri e sul rapporto con agli altri inteso come
apertura alle nostre ed alle altrui differenze.
Il Sottosegretario alla Sanità Antonio
Guidi ha tenuto a precisare durante la conferenza stampa per il lancio della "settimana
Europea del Calcio Special Olympics", tenutasi a Roma l'11 aprile 2001:
"Non sono i disabili che devono normalizzarsi
alla società, ma è la società che deve normalizzarsi
alle differenze"
Come evidenziato da più parti, il modo
migliore di farlo è mostrare la disabilità come quella che è,
parte della quotidianità, togliendole quel'alone di ½specialitའche
sempre la contraddistingue.
[1] In
gran Bretagna c'è un'importante tradizione, collegata ai movimenti
dei disabili, che si è occupata dello studio culturale della
disabilità, la cui origine può essere rintracciata nella riflessione
di L. Battye (1966) sull'identità di disabile, e la conseguente discussione
di A. Shearer (1981) e J. Campling (1981).
Questi studi diedero il
via all'attivismo dei movimenti dei disabili che condusse alla protesta contro
l'immagine del disabile nelle pubbliche campagne di beneficenza negli anni
'80, con le dimostrazioni contro il patrocinio degli eventi di raccolta fondi
Telethon, accusati di trasmettere un'immagine pietistica della disabilità.
In Italia l'attenzione
verso l'immagine della disabilità nei media avviene con più di
venti anni di ritardo e con studi sporadici specialmente nell'area dell'informazione.
E' solo alla fine
degli anni '80, grazie alla nuova attenzione dei media verso la disabilità seguita
l'anno internazionale dell'handicap nel 1981, e al lavoro pionieristico svolto
da associazioni di volontariato a forte connotazione politica (in primis
la Comunità di Capodarco per quanto riguarda la disabilità)
che, oltre ad innovazioni in campo legislativo, sono stati compiuti
i primi studi sulla rappresentazione della disabilità nei media. Per
quanto riguarda l'informazione televisiva, uno studio interessante specificatamente
dedicato alla disabilità è quello effettuato da Besio S. e
Roncarolo F. (1996) che comprende l'analisi del palinsesto Rai (emittente
radio-televisiva pubblica italiana) nelle annate 1993-1994. Dal 2000 inoltre,
sono pubblicati al sito www.segretariatosociale.rai.it periodicamente
dei rapporti che contengono un'analisi della presenza dei temi sociali, tra
cui la disabilità, sempre nelle tre emittenti radiotelevisive pubbliche.
Per quanto riguarda la stampa quotidiana, due studi importanti sono stati
condotti dal C.D.H. (Centro Documentazione Handicap) di Bologna. Il primo
dedicato allo specifico tema "Handicap e Scuola" (Barnardi M.,
1992), il secondo comprende un'analisi comparativa di articoli di giornali
pubblicati sulla disabilità negli anni 1990 - 1993 (Bussadori V.,1994).
Interessante inoltre il progetto internazionale Inter-media, eseguito in
collaborazione da quattro cooperative sociali in Italia, Grecia, Spagna e
Francia, conclusosi nel 2001 all'interno del quale sono stati compiuti due
studi: uno concernente gli effetti dell'informazione sulla percezione della
devianza e diversità da parte del pubblico, l'altro relativo alla
rappresentazione delle stesse tematiche, tra cui la disabilità, nella
stampa quotidiana all'interno dei quattro paesi (il report finale può essere
consultato al sito www.elpendu.it).
[2] K.Ross
(1997), nel suo studio sulle opinioni circa la rappresentazione della disabilità nei
media da parte degli stessi spettatori disabili, ha evidenziato un'aspra
critica alle News Televisive ed in particolare al modo in cui la disabilità psichica è quasi
esclusivamente riportata in maniera negativa e collegata a fatti di violenza,
provocando paure ed ansietà nella gente comune. Lo stesso dato è stato
confortato dal sondaggio d'opinione effettuato all'interno del progetto Inter-media
(2001), da cui ne è evidenziato che il 23% degli intervistati individua
nella "criminalizzazione" l'immagine prevalente della disabilità psichica
fornita dalla televisione.
[3] Secondo
L. Arcuri e M. R. Cadinu (1998), sono tre le funzioni del linguaggio rispetto
lo stereotipo:
1.La trasmissione
2.Organizzare
le informazioni nella mente degli individui.
3.Esprimere
l'identità sociale dei gruppi.
La terminologia attraverso
cui noi ci riferiamo ad un determinato gruppo sociale, vale a dire ai disabili,
non è, quindi, solamente un problema di tipo linguistico ma ha un
forte impatto nel modo in cui il gruppo denominato è percepito in
termini sociali.
Le etichette linguistiche
non sono stabili nel tempo ma sono soggette a modificazione. Avviene un cambiamento
nella descrizione di condotte e di gruppi sociali, infatti, mano a mano che
certi comportamenti sono accettati e sono attuate delle politiche d'integrazione.
Agli inizi di questo secolo
era usato il termine infelice per
designare una qualsiasi disabilità e, negli anni successivi, la nomenclatura
non ha subito un'evoluzione rilevante giacché si è radicato
l'uso d'espressioni quali minorato, invalido, inabile e così via.
Per quanto riguarda il
mio caso studio, la disabilità mentale, nell'ultimo secolo si sono
susseguite numerose etichette linguistiche, da idiotismo, a semplici fino
alla definizione Boleana d'insufficienza mentale e sub
- normale che si rifacevano alla concezione classica d'età mentale.
Questi termini che un tempo
erano usati come neutrali, spesso di derivazione medica, ora sono considerati
pregiudizievoli.
Intorno al termine handicap
non c'è consenso: la condizione di handicappato deriva dai limiti
del contesto sociale e dell'ambiente nell'adattarsi alla diversità d'ogni individuo, quindi è ritenuto scorretto riferirsi
a tale termine come caratteristica intrinseca all'individuo.
Quando ci si riferisce
alla persona, sui termini "disabile", "persona
disabile", "persona
con disabilità" e "disabilità" ci sono più consensi. Anche nel Regno
Unito i termini preferiti sono "disabled person" o "person with disability".
[4] L'analisi
del contesto in cui il discorso sul disabile è inserito costituisce
una delle indicazioni di maggior rilievo sul progetto comunicativo riguardante
la tematica. Dal genere informativo scelto e dalla collocazione dipendono,infatti,oltre
che la modellazione del messaggio, le attese da parte del lettore/ fruitore.
Come pone l'accento E. Shaw (1979), i media forniscono, oltre alle informazioni,
le categorie cognitive entro cui inserirle.
[5] Con
tale termine intenderò tutti gli elementi (titolazione, lead, grafica,
note e rapporto testo/fotografie per gli articoli di giornale e il lancio
della news, scritte e titolazioni, musica ed elementi di montaggio per il
servizio televisivo) che hanno l'importante funzione di orientare la lettura
dell'audience, anche evidenziando gli elementi della notizia ritenuti più importanti.
[6] Sono
state condotte tre interviste: la prima a Novella Calligaris, redattore capo
di Rainews24, la seconda al giornalista Marco Bariletti che si è occupato
del servizio filmato, e l'ultima ad Alessandro Baracchini, il giornalista
che ha condotto l'intervista in studio con l'atleta Special Olympics Alfredo
Scarlata.
[7] Come afferma Masotti G. (1999) nel linguaggio televisivo:
"il primato del visibile si impernia sull'esibizione
di persone, non sulla lungaggine retorica: contano i volti, la simpatia
degli atteggiamenti, l'emotività dei linguaggi" (Masotti G., 1999, p.69)
Quella che ne risulta è un'accentuazione della
caratterizzazione personale, più attraente per il pubblico e strumentale
ad una narrativa semplice, che tenta di non addentarsi nel complesso territorio
della cultura della disabilità, perché di più bassa
attendibilità mediatica e più difficile da controllare.
[8] Ann
Poiton (1997), nel suo studio sulla rappresentazione della disabilità nei
documentari e programmi verità, evidenzia quattro temi prevalenti:
tragedia, trasformazione, normalizzazione, spettacolo. Gli attori che aiutano
i produttori, a costruire la narrativa sono i terapisti, le stesse persone
disabili e le organizzazioni (di solito Istituti d'assistenza). Essi, secondo
il soggetto prescelto, tendono ad assumere due ruoli principali che sono
quelli di "salvatore" e di "vittima". Anche quando la
storia presentata dai documentari non è quella di una "vittima",
la nozione di "vittima", secondo l'autrice, è inseparabile
dalla sempre presente situazione di rifiuto, implicita o esplicita. Il ruolo
di salvatore può essere assunto dall'accompagnatore o dal terapista,
ma alcune volte può essere assunto dalla stessa persona disabile.
L'effetto sulla "disabilità" è che pregiudizi e stereotipi
sono messi in scena piuttosto che cambiati.
[9] In Gran Bretagna tale modalità è descritta
con l'espressione "Does he take sugar?" (letteralmente: "Lui
lo vuole, lo zucchero?), dal nome di una nota trasmissione televisiva sulla
disabilità (Cumberbatch & Negrina, 1992: 92-97).
[10] Anche se il giornalista che si è occupato
del servizio filmato, Marco Bariletti, ha ammesso che l'unico caso in cui
ha riscontrato problemi di comunicazione con il soggetto con disabilità psichica è stato
quello di Silvia, infatti, aveva fatto un'intervista ben riuscita con due
atleti velisti Special Olympics Enrico e Matteo che poi è stata tagliata
per motivi di tempo e perché la storia di Silvia era più clamorosa.
[11] E' caratteristica dello Special Olympics
quella di associare l'aggettivo speciale agli atleti che partecipano al programma.
Ma, come affermato nelle linee guida Special Olympics International, l'aggettivo "speciale" che
vorrebbe essere un modo per evidenziare le qualità e potenzialità delle
persone con disabilità, se abusato potrebbe sortire l'effetto contrario:
collocare la persona in un ambito semantico opposto a quello di normalità,
nella sfera della devianza dalla norma ed eccezionalità, lontano dalla
quotidianità (www.specialolympics.org)
[12] Il disagio con cui è percepito
questo tema è stato rilevato dallo studio sulla percezione dell'handicap,
eseguito da R. Pigliacampo (1994), dove si evidenzia la perplessità o
la contrarietà da parte della gente comune al fatto che un soggetto
disabile possa sposarsi ed avere una famiglia. Particolare è il caso
dei disabili psichici dove stereotipie culturali e comportamenti si aggravano
ulteriormente. Infatti, la platealità e ripetitività di certe
manifestazioni sessuali dei soggetti con disabilità psichica, ingenera
paura ed angoscia rimettendo comunque in discussione la sessualità di
quanti lo circondano, cristallizzando così una popolazione d'idee
che vede la sessualità come aspetto particolare, auto- erotico, omosessuale,
comunque perverso, della personalità. (Cartelli, 1993, p. 98- 99).
Ancora citando la ricerca di V. Bussadori (1994), la studiosa ha fatto notare
che, nella maggior parte dei casi in cui i quotidiani trattano la tematica
dell'affettività delle persone disabili, la collegano ad episodi di
violenza sessuale o di sterilizzazione di disabili psichici.
La sessualità delle
persone disabili è, quindi, "anormale" o "non consapevole".
[13]
1. Ragioni
individuali d'ordine percettivo: la necessità di semplificazione
del reale (Allport), la "dissonanza cognitiva" provocata dall'incontro
con il diverso (Festinger L., 1957), l'errata concezione di integrazione
intesa come necessaria aderenza a un modello ideale di uomo, ed il conseguente "scarto" di
colui ritenuto "non completo" e per questo "non integrabile" (Lascioli
A., 2000).
2. La
necessità di riconoscerci nel nostro gruppo d'appartenenza e nei
canoni d'efficienza della società occidentale, con conseguente angoscia
di rispecchiarci in un'immagine non edificante, quella del disabile, dove
sono proiettate le nostre frustrazioni e debolezze. Tutto ciò che
esula dall'ordine precostituito della società, percepito come
diverso, è esperito come minaccioso quindi oggetto di ostilità e
tentativi di rimozione. ( Rose A.,1951; Rokeach M.,1960; Calegari P. ,1994). Nel
caso specifico della disabilità psichica, tutto ciò si unisce
alla difficoltà di entrare in entropia ed in comunicazione con l'altro,
di condividerne i valori e le norme di comportamento (Piglicampo R., 1994;
Lascioli A., 2000).
3. Ragioni
storiche e culturali. Pregiudizio e stereotipo sono funzionali alla conservazione
e riproduzione del sistema sociale politico-economico e quindi alla salvaguardia
degli interessi dei gruppi di potere (Lascioli A., 2000, Cox 1948). La
figura del malato mentale ha suscitato nel corso della storia contrastanti
sentimenti d'angoscia e di fascino sacrale e ciò ha anche origine
nelle superstiziose credenze del Medio Evo (le persone disabili psichiche
erano messe al rogo alla scorta delle streghe) e nell'atteggiamento ambiguo
e spesso discriminatorio delle ragioni cattoliche e protestanti (Corazzieri
G. e L'Imperio A.,1994). Da ciò la visione magico/religiosa della
malattia mentale, dell'uomo "folle" come figura mitologica e
capace di essere in contatto con una dimensione ultraterrena da un lato,
oppure punizione divina e mostro dall'altro (visione poi trasformata in
una rappresentazione "criminale" e deviante).
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