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RICERCHE




MORBO DI PARKINSON:
NUOVE PROSPETTIVE TERAPEUTICHE


Guido Nasi

 


INDICE

  • Introduzione: tutto su Guido
  • Morbo di Parkinson: definizione e cenni storici Patogenesi
  • Epidemiologia
  • Sintomi principali
  • I parkinsonismi
  • Disturbi ossessivi – compulsivi

  • Come si cura la malattia di Parkinson:
               1. terapia farmacologica
               2. terapia chirurgica
               3. trapianti cellulari

  • Cellule staminali
  • La scienza in prospettiva
  • Restrizioni legali
  • Considerazioni etiche


  •  

    Tutto su Guido

    Nel luglio ‘99 a seguito di un’aggressione (ero in Irlanda), fui colpito da una bottiglia di birra piena sulla fronte che mi provocò un’emorragia nel lobo occipitale destro dove sta il cervelletto. Tale zona controlla i movimenti del corpo e la vista per cui sono tagliato in due verticalmente: non muovo la metà destra del corpo e non vedo nell’emicampo sinistro di entrambi gli occhi, così non posso né scrivere né leggere perché non posso andare a capo. Entrai in coma per 45 giorni e al risveglio mi trovai completamente paralizzato e muto con una diagnosi di tetraparesi spastica. Nei due anni successivi riuscii a muovere il braccio e la mano sinistri sebbene con fatica e con molta bradicinesia (lentezza nei movimenti) e riuscii anche a emettere dei vocalizzi (delle “A”) ma in pratica ero poco più che un vegetale e poco meno che un handicappato. In più avevo anche un parkinsonismo post-traumatico.


     

    Morbo di Parkinson : definizione e cenni storici.

    Il morbo di Parkinson è una malattia dovuta alla degenerazione cronica e progressiva che interessa soprattutto alcune strutture del sistema extrapiramidale, ossia un’area ridotta del sistema nervoso centrale, detta sostanza nera o substantia nigra, un nucleo situato a livello del mesencefalo in cui viene prodotta la dopamina.

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    La dopamina è un neurotrasmettitore, cioè una sostanza chimica che trasmette messaggi a neuroni presenti in altre zone del cervello, che è responsabile dell’attivazione di un circuito che controlla il movimento. Con la riduzione di almeno il 50% dei neuroni dopaminergici non si ha un’adeguata stimolazione dei recettori che rappresentano le stazioni di arrivo necessarie per mediare una risposta biologica. Nell’organismo si crea perciò uno squilibrio tra i meccanismi inibitori e quelli eccitatori, a favore di questi ultimi. L’innervazione eccitatoria ( colinergica ) prevale su quella inibitoria, provocando progressivamente tremore a riposo, ipertonia con rigidità, incapacità al movimento senza riduzione della forza muscolare ( acinesia ), instabilità posturale, disturbi della parola e della scrittura, turbe vegetative e spesso sintomi ansioso-depressivi. Esiste infatti uno stretto legame di proporzionalità tra la perdita di cellule dopaminergiche e la sintomatologia clinica. Il morbo di Parkinson detto anche paralisi agitante, fu descritta per la prima volta nel 1817 dal medico inglese James Parkinson nel suo trattato An Essay on the Shaking Palsy.

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    Il medico di Hoxton notò nelle strade di Londra un piccolo gruppo di pazienti: essi si muovevano piuttosto lentamente, camminavano con un portamento piuttosto rigido, mostrando tremori regolari delle mani e del viso quando erano fermi.
    La descrizione del disturbo motorio che ora porta il suo nome è così accurata e sintetica da essere tuttora attuale:
    "... moto tremolante involontario, con forza muscolare ridotta, di parti non in azione, anche quando vengono sorrette; con propensione a piegare il tronco in avanti e a passare da un'andatura al passo alla corsa; assenza di alterazioni sensitive e dell'intelletto" [Parkinson, 1817].
    Come si può notare, nella sua descrizione originale,Parkinson escluse che fosse tipica della malattia la compromissione delle capacità cognitive,
    affermando l'assenza di alterazioni dello stato mentale ("the senses and the intellect remain uninjured"-1817). In realtà egli stesso si era già reso conto che, anche se non dementi, i suoimalati potevano essere affetti da numerosi sintomi riguardanti la sfera cognitiva ed affettiva. Perquanto riguarda la presenza di disturbi cognitivi, si attribuisce a Trousseau ed a Charcot il meritodi averli notati per primi, verso la metà del secolo scorso.
    A partire dalla fine degli anni '50, Arviol Carlsson dimostrò che circa l'80% della dopamina cerebrale si trova nei nuclei della base.
    In seguito, Oleh Hornykiewicz osservò che i cervelli dei soggetti che avevano sofferto di morbo di Parkinson presentavano bassi livelli di dopamina, norepinefrina e serotonina; ma che, in particolar modo, era la dopamina quella ridotta in modo più drastico [Hornykiewicz, 1966].
    Il morbo di Parkinson, quindi, è divenuto il primo esempio di malattia neurologica associata con la carenza di un particolare neurotrasmettitore.
    Questa scoperta ha fornito l'impulso per una serie di ricerche sull'alterazione in altre forme patologiche neurologiche, come la depressione, la schizofrenia e la demenza.
    Oltre alla riduzione dei livelli cerebrali di dopamina, i pazienti affetti da morbo di Parkinson mostrano una degenerazione progressiva delle cellule nervose a livello dei due nuclei pigmentati del tronco dell'encefalo: la substantia nigra e il locuscoeruleus.
    Poiché la pars compacta della substantia nigra contiene una considerevole parte dei neuroni dopaminergici cerebrali, queste osservazioni suggeriscono che la via dopaminergica dalla substantia nigra allo striato sia interessata dall'alterazione patologica che determina l'insorgenza del morbo di Parkinson [Coté, et al., 1994].
    La perdita di cellule in questa area è continua ma i sintomi compaiono solamente dopo una perdita estesa. Per anni, infatti, non ci fu alcun trattamento per il morbo di Parkinson ma, grazie alla scoperta della diminuzione dei livelli di dopamina nella substantia nigra, una terapia farmacologia si sviluppò intorno alla fine degli anni '60, quando Walter Birkmayer e Hornykiewicz ipotizzarono che i pazienti affetti da morbo di Parkinson avrebbero potuto trarre giovamento da un’eventuale normalizzazione dei livelli cerebrali di dopamina [Birkmayer, et al., 1976]. Di conseguenza iniziarono a somministrare una sostanza chiamata LDOPA  ( L-3,4-diidrossifenilalanina ).
    Precursore della dopamina, tale sostanza è in grado di ridurre marcatamente i sintomi nei pazienti con Parkinson.
    Poiché il morbo di Parkinson è una patologia neurodegenerativa continua che non è ancora possibile bloccare, dopo 2-5 anni di terapia con L-dopa è possibile rilevare una diminuzione della sua attività.
    La L-dopa rimane ancora il farmaco di scelta nella terapia antiparkinsoniana, sebbene sia possibile coadiuvarne l'attività con altri farmaci e ne sono ampiamente riconosciuti i limiti.

     

    Patogenesi


    Le cause di questa malattia sono, ancora oggi, del tutto sconosciute nonostante alcune ricerche siano a favore di una patogenesi del disturbo provocata principalmente da fattori ambientali.
    Un primo dato a favore di tale ipotesi è la presenza di una sindrome parkinsoniana secondaria a encefalite. Un parkinsonismo postencefalico si è manifestato, infatti, in molti pazienti precedentemente colpiti da encefalite letargica, durante l’epidemia diffusasi tra il 1915 e il 1926.
    Nonostante risultasse indubbia la natura infiammatoria di questa patologia, nessun agente infettivo fu mai isolato.
    L’idea diffusasi tra i neurologi era proprio quella che, se un agente infettivo provocava una malattia con sintomatologia parkinsoniana, allora molto probabilmente era proprio un’infezione ad essere responsabile anche del morbo di Parkinson, anche se studi sierologici ed epidemiologici hanno escluso la possibilità di una eziologia virale. [Hopkins, 1996].
    Un’importante prova a favore di un’eziologia ambientale è stata l’identificazione di una sostanza tossica denominata MPTP (1-metil-4-fenil-1,2,3,6-tetraidropiridina) quale causa di una patologia irreversibile simile al Parkinson [Langston, 1985].
    Il ruolo del MPTP venne alla luce circa alla fine degli anni ’70, quando fu riscontrato che numerosi pazienti affetti da Parkinson, già in giovane età, avevano fatto uso di sostanze stupefacenti contenenti proprio MPTP.
    L’opinione attualmente prevalente è che la malattia di Parkinson possa essere l’effetto combinato di diverse condizioni, con un comune percorso finale. I soggetti, quindi, possono essere affetti in modo diverso da una combinazione di fattori sia genetici che ambientali.
    Infatti, per i parenti di primo grado di soggetti affetti da Parkinson il rischio di contrarre la malattia è circa due volte superiore a quello della popolazione generale [Marder, et al., 1996; Jarman et al., 1999; Lazzarini, et al., 1994]. Sebbene le varietà solo genetiche comprendono una piccola minoranza di soggetti affetti da Parkinson, mutazioni genetiche recentemente identificate che riguardano il gene alpha-synucleina [ Polimeropoulos, et al.,1997; Kruger, et al., 1998], e il gene parkina [ Kitada, et al., 1998] hanno fornito importanti informazioni sull’eziologia della degenerazione neuronale e hanno permesso di riconoscere l’importanza di un’alterazione del metabolismo proteico nella malattia di Parkinson. [ Huang, et al., 2003].
    Come già esposto prima, le cause del blocco della dopamina sono tutt’ora sconosciute; il Parkinson infatti può avere diverse origini. Può comparire ad esempio dopo traumi alla testa, esposizione a sostanze tossiche nell’ambiente e ad arteriosclerosi cerebrale.
    In ogni caso, si tratta di un disturbo caratterizzato dalla degenerazione e dalla morte dei neuroni responsabili della produzione di dopamina e quando questi neuroni scendono al di sotto del 30% compaiono i primi sintomi tipici della malattia.
    I sintomi di ansia e depressione collegati alla malattia, sono anche effetti collaterali derivati dall'assunzione di dopamina.
    I recettori della dopamina sono altamente concentrati nella zona del cervello che definiscono l’umore della persona, il comportamento e la ricerca delle soddisfazioni dei propri bisogni. Questa zona si trova in prossimità dell’area che controlla il comportamento che porta al vizio e all’appagamento dei sensi incontrollato.

     

    Epidemiologia


    Questa patologia colpisce generalmente soggetti oltre i cinquant’anni, con una leggera prevalenza per il sesso maschile; attualmente in Italia ci sono più di 200.000 malati di Parkinson, con circa 10.000 nuovi casi l’anno.
    La prevalenza della malattia correlata all’età mostra come il morbo di Parkinson colpisca maggiormente i soggetti più anziani.
    E’ diffusa in tutto il mondo con una minore incidenza in Cina e in Africa.
    Nel mondo la prevalenza in base all’età corrisponde a circa l’1%; in Europa dell’1.6%, andando da 0.6% all’età di 60-64 anni fino a 3.5% all’età di 85-89 anni [ Zhang, et al., 1993; de Rilk, et al., 1997].
    In uno studio di coorte su 4.341 soggetti di età compresa tra i 65 e 84 anni, seguiti per una media di tre anni, l’incidenza media annuale standardizzata per età alla popolazione italiana era di 325,3 per 100.000, con tassi maggiori nel sesso maschile. [ balderesci, et al., 2000].

    Il morbo di Parkinson è lievemente più frequente negli uomini, ma dal momento che le donne vivono più a lungo e la prevalenza aumenta con l’età, ci sono più donne anziane affette da questa malattia.

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    La conferma ci è stata data da un servizio andato in onda al tgrLeonardo l’ 1/03/2006: gli uomini rispetto alle donne sono una volta e mezzo più a rischio di ammalarsi di Parkinson, la malattia degenerativa del sistema nervoso centrale.
     I ricercatori dell’università della California, pare abbiano capito perché. Dipenderebbe dall’insufficienza di un gene sry, situato sul cromosoma y, che determina il sesso maschile degli embrioni e lo sviluppo degli organi sessuali.
    Il gene è presente nell’area del cervello chiamata substantia nigra, le cui cellule producono dopamina, il neurotrasmettitore che comunica con le zone del cervello coinvolte nel controllo delle funzioni motorie. Un basso livello del gene sry provocherebbe la degenerazione delle cellule della substantia nigra che, a sua volta, produrrebbe meno dopamina.  
    I messaggi cerebrali di coordinazione e controllo del movimento arriverebbero quindi a rilento nel resto del corpo causando alle persone che ne sono affette i suddetti sintomi.
    Analoga funzione dell’sry nell’uomo potrebbero esercitarla gli estrogeni nelle donne, un’ipotesi ancora da verificare su cui i ricercatori stanno ancora lavorando.

     

    Sintomi principali


    1. Tremore :     si ha un’ondulazione lenta delle mani.
                          Generalmente inizia in una mano e successivamente coinvolge anche
                          l’altro arto; possono tremare anche i piedi, labbra e
                          mandibola e, molto più raramente, collo e testa.
                          Risente molto dello stato emotivo del soggetto per cui   
                          aumenta in condizioni di emozione e si riduce in   
                          condizioni di tranquillità. Un altro tipo di tremore riferito ai
                          malati di Parkinson è quello “interno”, ossia una sensazione
                          avvertita dal paziente ma non visibile dall’esterno.

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    2. Disturbo del cammino:  si nota una riduzione del movimento di accompagnamento delle braccia.
                                         Talvolta si presenta quella che viene chiamata festinazione,
                                         cioè il paziente piega il busto in avanti e tende
                                         ad accelerare il passo come se inseguisse il
                                         proprio baricentro. Negli stadi avanzati della
                                         malattia possono verificarsi episodi di blocco
                                         motorio improvviso.

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    3. Lentezza dei movimenti ( bradicinesia ): impaccio nei movimenti
                                                                che determina un rallentamento
                                                                nell’esecuzione dei gesti.

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    4. Rigidità: si ha un aumento del tono muscolare sia a riposo che durante il             
                    movimento. Si può avere rigidità al tronco, al collo e agli arti.

    5. Postura: l’alterazione della postura determina un atteggiamento curvo.
                    Questo atteggiamento, dovuto al sommarsi di rigidità e bradicinesia,
                    è correggibile con i farmaci.

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    6. Disturbi di equilibrio: si presentano durante il corso della malattia e sono,
                                      indubbiamente, i sintomi meno favorevoli.
                                      I disturbi di equilibrio sono essenzialmente dovuti
                                      a una riduzione dei riflessi di raddrizzamento.

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    I Parkinsonismi


    Esistono forme cliniche che per molti aspetti sono molto simili al morbo di Parkinson, ma che in realtà non lo sono.
    Negli ultimi 10-15 anni si è sviluppato un discreto interesse, che si è evoluto nel tempo, proprio su queste forme particolari di Parkinson e sulla loro caratterizzazione, sia clinica che patologica.
    Le conoscenze accumulate e sicuramente l’avvento di nuove metodiche strumentali permette oggi di diagnosticare con maggiore certezza e precisione casi di parkinsonismo che in passato venivano classificati semplicemente come morbo di Parkinson.
    Un dubbio diagnostico deve essere posto quando la modalità di esordio è monolaterale o quando, ad esempio, sono presenti sintomi atipici o ancora quando il decorso è rapido e invalidante e quando non vi è una buona risposta alla levodopa.
    I parkinsonismi possono essere suddivisi in due gruppi principali:
    uno detto sintomatico (o secondario) in cui è ben riconoscibile una causa; mentre l’altro è definito primitivo proprio perché la causa resta del tutto sconosciuta.

    PARKINSONISMI SECONDARI :

    • Parkinsonismo Vasculopatico
    • Parkinsonismo da Farmaci
    • Parkinsonismo da Neurotossine
    • Parkinsonismo Post-Traumatico
    • Parkinsonismo da Idrocefalo Normoteso
    • Parkinsonismo Post-encefalitico
    • Parkinsonismo associato ad altre malattie neurologiche primitive
    • Parkinsonismo Dismetabolico.

     

    PARKINSONISMI PRIMITIVI:
    .

    • Malattia di Parkinson idiopatica (PD)
    • Atrofia Multisistemica (MSA)
    • Atrofia Olivo-Ponto-Cerebellare
    • Malattia di Shy-Drager
    • Degenerazione Striato-Nigrica (SND)
    • Paralisi Sopranucleare Progressiva (PSP)
    • Degenerazione Cortico-Basale (CBD) •Malattia a corpi di Lewy diffusi

    Fra tutti i parkinsonismi la malattia di Parkinson è quella più diffusa, rappresentando circa il 65-70% di tali malattie.
    Tra le varie forme di parkinsonismo, quella da noi presa in esame rientra nella categoria dei parkinsonismi secondari ed è il parkinsonismo post-traumatico.
    Il parkinsonismo post-traumatico è una forma rara legata a lesioni microscopiche cerebrali conseguenti, appunto, a traumi cranici sia molteplici ma lievi che singoli ma violenti.                                                                                                                                           Un esempio di soggetti a rischio potrebbe essere quello dei pugili.                                               In particolare mi viene da citare un ex-pugile statunitense, uno tra i più famosi e apprezzati della storia moderna : Cassius Marcellus Clay.
    I cazzotti ti fanno vibrare il cervello come un diapason."
    ha scritto il grande pugile nella sua biografia.

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    Ma le sue mani tremano, balbetta e cammina con passo incerto.
    E ancora, ha vuoti di memoria, si ripete in continuazione..
    Tutti sintomi del morbo di Parkinson.
    La causa? Lesioni celebrali causate da traumi ripetuti.

     

     

    Disturbi ossessivi-compulsivi


    Le idee fisse prima elencate e descritte da Guido non sono altro che dei disturbi di tipo ossessivo – compulsivo, comunemente conosciuti con il termine DOC.
    I DOC consistono in un disordine psichiatrico che può manifestarsi in diverse forme, ma e’ principalmente caratterizzato dall’ anancasmo, comportamento sintomatico delle persone affette da disturbi ossessivo – compulsivo.
    Il soggetto non può mancare di compiere alcune azioni o di avere determinati pensieri.
    Affinché possa essere diagnosticato un disturbo ossessivo – compulsivo devono essere presenti o solo ossessioni, oppure ossessioni e compulsioni.
    Nel caso di Guido questi disturbi sono risultati essere effetto collaterale di due farmaci: il Madopar e il Nopar.
    La fase di ossessione consiste in una serie di pensieri, dubbi, immagini o impulsi ricorrenti e persistenti che affliggono l’individuo provocando fastidio e sofferenza; l’individuo e’ cosciente che questi pensieri o impulsi sono frutto della propria mente.
    Se le ossessioni fossero ritenute reali si cadrebbe nel campo della schizofrenia.
    L’individuo tenta inutilmente di ignorare o comunque neutralizzare tali pensieri, immagini o impulsi con altri pensieri e comportamenti (“compulsioni”).
    Le compulsioni sono dei comportamenti o delle azioni mentali che il soggetto si sente obbligato a compiere per combattere le ossessioni.
    Spesso questi comportamenti o azioni mentali sono cosi eccessivi che, visti dall’ esterno, non sembrano essere connessi con le ossessioni che tentano di neutralizzare.
    Le ricerche effettuate sui DOC hanno dimostrato che e’ un problema  molto comune, infatti 1 su 50 tra adolescenti e adulti e’ affetto da questo disturbo.
    I pazienti affetti non si lamentano in particolar modo dell’ansia provocata da questo disturbo ma piuttosto delle ossessioni e delle coazioni. L’ansia si manifesta solo se si interferisce nei rituali anancastici, ossia nelle azioni da eseguire in particolari modi per difendersi dalle ossessioni.
    Esempi di questo comportamento sono:

    • controllare ripetitivamente che la macchina parcheggiata sia ben chiusa a chiave prima di lasciarla;
    • accendere e spegnere le luci un certo numero di volte prima di uscire da una stanza;
    • salire una scala o entrare in una stanza sempre e solo con un piede anziché l'altro;
    • alzare e abbassare continuamente il volume di una radio o del televisore perché si è convinti che nessuna tonalità sia adatta;
    • lavarsi ripetitivamente le mani a intervalli regolari durante il giorno o non riuscire a smettere di lavarsele una volta insaponate.

    I sintomi esatti possono includere, più specificatamente, tutti o solo alcuni dei seguenti:

    • continuo ripetere azioni "riparatrici" (lavarsi le mani);
    • un sistema di conto specifico (contare in gruppi di quattro, sistemare le cose in gruppi di tre, sistemare gli oggetti in insiemi pari o dispari);
    • controlli protratti e ripetuti, volti a riparare o prevenire gravi disgrazie o incidenti;
    • impostare limiti specifici ad azioni in corso (raggiungere la propria auto con dodici passi);
    • allineare perfettamente gli oggetti nel loro insieme, in angolazioni perfette (questo sintomo si ha anche nel disordine della personalità e può essere confuso con questa condizione);
    • puntare lo sguardo o gli oggetti in direzione degli angoli della stanza;
    • in un pavimentazioni composite, evitare il calpestio delle fughe di separazione;
    • sostituire i "cattivi pensieri" con "buoni pensieri" (la visione di un bambino malato può costringere a pensare ad un bambino che gioca felice);
    • paura di contaminazione (come la paura delle secrezioni del corpo umano quali saliva, sudore, lacrime, muco, urina e feci: alcuni casi di DOC hanno anche dimostrato la paura che il sapone che viene usato sia contaminato) fisica o anche metafisica (contaminazione da pensiero);
    • paura ossessiva delle malattie (ipocondria);
    • ricerca di simmetria (calpestare un pezzo di carta con il piede sinistro può indurre il bisogno di calpestarne un altro con il piede destro, o di tornare indietro e pestarlo nuovamente);
    • superstizione eccessiva o pensiero "magico".

    Anche se il paziente è convinto che i rituali siano solo un effetto del disturbo non riesce comunque ad ignorarli.

    Analizzando il materiale contenuto all’interno delle teche RAI e’ venuto fuori che l’argomento e’ stato trattato in sole quattro trasmissioni (nel corso di sei anni!), di cui tre televisive e una radiofonica.

    SUPER QUARK 5/02/2002 Angela intervista Marazzita sulla ricerca condotta all’Universita di Pisa per studiare gli aspetti biologici dell’innamoramento. I giovani innamorati, sottoposti a prelievi del sangue,dimostrano di avere, nella fase dell’innamoramento, aspetti presenti nei DOC.
    RADIO TRE SCIENZA 9/09/2004 L’argomento affrontato nella  trasmissione radiofonica condotta da Castelnuovo Rossella tratta dell’eccesso di pulizia nel mondo Occidentale. Da qui ci si collega ai disturbi ossessivo-compulsivi che si manifestano con l’eccesso di igiene
       
    personale.
    SABATO DOMENICA & LA TV CHE FA BENE ALLA SALUTE 11/02/2007 Grey raccoglie la testimonianza della signora Raffaella, la quale racconta come sono sorti in lei i DOC:ovvero in seguito a un periodo di stress e depressione.
    RICOMINCIO DA QUI 17/04/2008 La conduttrice d’Eusanio intervista Marco, un ragazzo di 24 anni prigioniero delle proprie fobie nei confronti degli immigrati stranieri in seguito a un’aggressione subita proprio da uno di loro.

    Gli esempi di disturbi ossessivo-compulsivo descritti e analizzati nelle quattro trasmissioni trattano casi in cui i soggetti sono colpiti da stress eccessivo, piuttosto che da ossessione provocata da proprie fobie o da uno shock emotivo o ancora da un evento traumatico e non vengono affrontate altre possibili cause.

    Una di queste potrebbe essere, ad esempio, “l’ effetto collaterale” dovuto all’assunzione di un farmaco, come e’ stato nel caso di Guido e sicuramente anche di altri soggetti affetti dalla stessa patologia o da patologie affini. In questo modo viene tralasciata una parte importante di questo disturbo, parte che invece potrebbe essere affrontata per dare la possibilità, a chi ne ha bisogno, di avere una visione più ampia del suo problema e soprattutto per sensibilizzare tutti verso queste tematiche.  

    L’unica notizia interessante a riguardo e’ pervenuta dalla trasmissione di Piero Angela, SuperQuark, in cui si parla della ricerca condotta all’Universita di Pisa.
    Qui sono state studiate persone affette da diverse forme di DOC per capire se il loro comportamento fosse caratterizzato da un livello anormale di un neurotrasmettitore cerebrale. Infatti, analizzando i livelli di serotonina, un importante neurotrasmettitore cerebrale nelle piastrine del sangue, si e’ visto che e’ circa il 40% più basso del normale.  Quest’informazione diventa importante se si pensa che, nei malati di Parkinson, la densità dei trasportatori della serotonina e’ ridotta nello striato proprio come quella dei trasportatori di dopamina per cui la scarsa sintetizzazione del neurotrasmettitore potrebbe portare ad avere dei disturbi mentali di tipo ossessivo-compulsivo.     Proprio per questo motivo il DOC viene definito come un disordine psichico serotonininergico, si ha una vera e propria disfunzione nella trasmissione della serotonina tra i neuroni cerebrali. Ciò può avere una causa esclusivamente biologica oppure essere anche accentuata da comportamenti acquisiti (i quali hanno riflesso anche nella struttura del Sistema Nervoso Centrale, se appresi come abitudini) in persone geneticamente predisposte.
    In assenza di terapia appropriata vi sono quattro tipi di decorso:

    • episodico: con sintomi presenti solo in alcuni periodi della vita di una persona, o anche un solo episodio in tutta una vita. In alcuni casi può non essere nemmeno diagnosticato un disturbo;
    • cronico fluttuante: i sintomi sono scostanti nel tempo, con miglioramenti e peggioramenti, tuttavia non scompaiono mai completamente, a seconda del livello generale dello stress;
    • cronico stabile: i sintomi si manifestano in maniera graduale ma, poi, rimangono stabili nel tempo;
    • cronico ingravescente: è il più grave e comune. Generalmente i sintomi iniziano in modo graduale; ci sono periodi di peggioramento e periodi di stabilità, seguiti, poi, da nuovi peggioramenti.

    Con la terapia si possono far scomparire i sintomi o regredire ad uno stadio più lieve (remissione), simile ad un DOC con decorso più leggero (ad esempio da ingravescente a stabile o fluttuante), stabilizzando il disturbo.

    TRATTAMENTO

    Il DOC viene considerato come un disturbo a decorso cronico e invalidante, spesso refrattario ad ogni tipo di intervento terapeutico (soprattutto in soggetti con oltre 35 anni di età).
    Oggi ,però, la prognosi è notevolmente migliorata grazie ad una mutazione nell’ approccio terapeutico al disturbo; infatti, la psicoanalisi non è più considerata la cura – tipo per questi pazienti, mentre hanno preso piede forme differenti di trattamento, più efficaci e applicabili:
    la terapia psicofarmacologica e la psicoterapia cognitivo – comportamentale (PCC) .
    Queste due differenti forme di trattamento hanno messo a punto sia dei protocolli specifici di intervento per il DOC, sia delle metodiche di valutazione dei risultati che consentono una verifica clinica e sperimentale.

    Prima della comparsa della clomipramina, l’ accostamento psicofarmacologico al disturbo ossessivo-compulsivo era risultato piuttosto deludente.
    In pratica, si era affermata l’efficacia di qualsiasi agente in questa situazione. La ragione di questa peculiarità risiede nel fatto che la sintomatologia del DOC è spesso fortemente inasprita dal sopravvenire di una "depressione agitata" non riconosciuta, quindi può capitare che si produca una notevole accentuazione delle compulsioni nel paziente.

    Successivi rapporti hanno invece dimostrato che la clomipramina ha un valore ben specifico negli stati ossessivo – compulsivi al di là del suo effetto antidepressivo. Invece, non è ancora accertato se l’efficacia degli SSRI ( Selective serotonin Reuptake Inhibitors, lett. “ inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina”, detti anche antidepressivi di nuova generazione o atipici; in particolare sono: fluoxetina, fluovoxamina, paroxetina e sertralina) nei DOC sia maggiore delle benzodiazepine, per cui spesso vengono prescritti in abbinamento (anche per attenuare la sintomatologia ipertimica della “depressione agitata” eventualmente concomitante con il DOC).  Alcuni autori sconsigliano però il loro uso in quanto, pur dando un'attenuazione dell'ansia, creano altresì dipendenza e tolleranza e ostacolano la psicoterapia cognitivo - comportamentale.

     

    Come si cura la malattia di Parkinson

    1. TERAPIA FARMACOLOGICA

    I farmaci attualmente a disposizione migliorano i sintomi ma non rallentano il decorso della malattia.
    La LEVODOPA e’ il farmaco più efficace. E’ utilizzata come profarmaco della dopamina in quanto quest’ultima non e’ in grado di attraversare la barriera ematoencefalica. Una volta che viene assorbita dall’intestino, avvalendosi di opportuni trasportatori per gli amminoacidi aromatici, la levodopa riesce ad entrare nel sistema nervoso centrale dove viene metabolizzata in dopamina. Questo farmaco viene adoperato infatti proprio per ristabilire i livelli di dopamina nella zona della substantia nigra.
    L’uso prolungato nel tempo può portare all’insorgenza di fastidiose complicanze motorie.  Poiché  il morbo di Parkinson è una patologia neurodegenerativa continua, che non è ancora possibile bloccare, dopo 2-5 anni di terapia con levodopa è possibile rilevare una diminuzione della sua attività.  Quest’effetto viene definito wearing-off, ossia una diminuzione dell’attività del farmaco dovuta alla progressiva distruzione dei neuroni dopaminergici. Accanto all’effetto wearing-off troviamo il periodo di on-off, che consiste in una fluttuazione dell’attività della L-dopa che può essere causata da diversi fattori come ad esempio una variazione dell’assorbimento intestinale o una bassa emitività del farmaco (1-2 ore) che porta a fluttuazioni plasmatiche e di conseguenza a fluttuazioni della risposta motoria. Un altro fattore potrebbe essere una variazione della dinamica recettoriale della dopamina; infatti, se esponiamo un recettore ad alte concentrazioni di ligando può subire un processo di desensitizzazione che è appunto causa della diminuita attivita’ del farmaco.
    Tra gli effetti collaterali più frequenti possiamo evidenziare : wearing-off, periodo on-off, nausa (meno frequente se al farmaco si associa la Carbidopa), vomito, inappetenza, anoressia, turbe psichiche e discinesie.
    Altri farmaci, simili alla dopamina, sono i dopaminoagonisti(pergolide, ropinirolo, pramipexolo, cabergolina, amorfina. Questi, si legano alla dopamina e, come essa, stimolano il neurone producendo un effetto anti-parkinson. In epoca del tutto recente alcuni dopaminoagonisti sono stati valutati come terapia iniziale in alternativa alla levodopa, evidenziando complessivamente una maggiore frequenza di effetti collaterali dopaminergici periferici e centrali ed una efficacia lievemente inferiore, rispetto alla levodopa, almeno per i primi 2-5 anni di malattia; tuttavia, la frequenza e la gravità di fluttuazioni/discinesie nei pazienti trattati con dopaminoagonisti in monoterapia o in associazione con basse dosi di levodopa è inferiore rispetto alla monoterapia con levodopa.
    I dopaminoagonisti vengono utilizzati per lo più nella fase iniziale della malattia anche per evitare o ritardare l’uso della levodopa.
    Altri farmaci utilizzati per la cura del Parkinson sono:

    • AMANTADINA  efficace sui sintomi motori ma soprattutto sui movmenti involontari da levodopa;
    • ANTICOLINERGICI questi non si utilizzano piu’ a causa degli effetti collaterali;           
    • ENTACAPONE prolunga la durata dell’effetto di levodopa;  
    • SELEGILINA antiossidante con scarsi effetti asintomatici.

     In una puntata di Elisir ( 20/05/2005 ) viene intervistato un medico che sostiene che il farmaco più importante, per la cura dei sintomi del morbo di Parkinson, è la levodopa che è il precursore fisiologico della dopamina, il trasmettitore carente nel corpo striato. In biochimica un precursore è una sostanza da cui ne viene prodotta un’altra, più attiva o più matura, attraverso il metabolismo; nel nostro caso, quindi, il precursore rappresenta la sostanza che diventerà dopamina. La levodopa viene assunta via orale e, assorbita dall’intestino, arriva nel cervello, entra nei neuroni dopaminergici e si trasforma in dopamina e viene poi liberata a livello del corpo striato ripristinando così la corretta funzione neuromotoria.
    Nelle fasi iniziali della malattia la levodopa è molto efficace e i pazienti, infatti, notano la scomparsa di tutti i disturbi, riguadagnando quasi una completa autonomia. La levodopa resta efficace per tutta la vita, però dopo circa 5/10 anni di trattamento continuo con questo farmaco,nella maggior parte dei casi, sorgono disturbi importanti talvolta anche molto severi come la malattia stessa. Si tratta soprattutto di movimenti involontari che colpiscono le mani ma anche gli arti inferiori, il tronco e il viso che non possono essere controllati dal soggetto e che si manifestano per molte ore durante la giornata o anche per tutta la giornata. Questi movimenti sono legati a un eccesso di levodopa quindi, si può dire che sono una conseguenza della tossicità del farmaco, infatti, il modo migliore per controllarli è abbassare i livelli di levodopa e aggiungere altri farmaci come ad esempio i dopaminoagonisti che stimolano i recettori del corpo striato.
     La risposta alla levodopa varia da individuo a individuo. Questo si può sapere già da prima attraverso un’analisi del sangue e del dna. Si può individuare chi avrà una risposta esagerata e dovrà quindi assumere farmaci meno potenti come i dopaminoagonisti, e chi lo tollerererà, assumendo il farmaco sempre con  tranquillità.
    Questa è una terapia personalizzata e rappresenta la terapia del futuro. 

    2. TERAPIA CHIRURGICA

    A seguito dei risultati positivi di vari studi clinici effettuati in tutto il mondo, è stata, ormai da tempo, definitivamente accettata la stimolazione cerebrale profonda (deep brain stimulation o DBS) come trattamento della malattia di Parkinson, quando la terapia farmacologica non è più in grado di controllare le varie manifestazioni patologiche della malattia.
    Il trattamento consiste nella stimolazione elettrica, mediante elettrodi posizionati con un intervento di chirurgia stereotassica, di determinate strutture cerebrali situate in profondità. In pratica, vengono impiantati in sede permanente vari elettrodi nell'ipotalamo grazie all'innesto di un pacemaker, che invia impulsi al cervello.
    In passato, prima dell’introduzione in terapia della L-DOPA, il trattamento chirurgico era spesso impiegato in pazienti affetti da Parkinson.
    Già Horsely tra la fine del 1800 e gli inizi del 1900 effettuò i primi interventi di neurochirurgia per il controllo di disordini del movimento, operando sulla corteccia motoria,e Bucy e Buchan che, intorno agli anni trenta, attuarono interventi proprio sulla corteccia motoria per il trattamento dell’atetosi e del Parkinson. Nel 1912 il francese Leriche eseguì un intervento di rizotomia cervicale posteriore nel tentativo di controllare il tremore parkinsoniano.
    Fu soltanto dopo gli anni trenta che si iniziò comunque a centrare le esperienze chirurgiche sulla parte più profonda dei nuclei basali.
    Il 1961 segno l’inizio della terapia farmacologica con Levo-Dopa, inizialmente con molti effetti collaterali e negli anni successivi con più ampia
    diffusione; dopo l’introduzione della L-Dopa il numero delle talamotomie nel Parkinson era sceso rapidamente (soprattutto negli anni ‘80-90).
    Quando ci si accorse che gli effetti della L-Dopa erano transitori e soprattutto gravati da effetti collaterali, ci fu una rapida ripresa della pallidotomia.
    Ma la vera ripresa della tecnica chirurgica avvenne solo dopo il passaggio dalla chirurgia lesionale (pallidotomia, talamotomia ecc.), in cui la lesione è irreversibile, alla chirurgia di inattivazione funzionale, effettuata con la stimolazione ad alta frequenza.
    I vantaggi sono evidenti, tenuto conto che le lesioni bilaterali definitive erano gravate da un’alta percentuale di effetti collaterali; mentre la stimolazione, modificabile nel tempo e modulata fino a trovare quella più efficace, presenta sicuramente minori effetti negativi.
    Nel 1993 Benabid a Grenoble iniziò ad usare questa metodica tuttora in uso.
    La stimolazione cerebrale profonda è una terapia chirurgica efficace per la malattia di Parkinson a condizione che venga effettuata in pazienti che soddisfano determinati criteri. Sono stati presi in esame 641 pazienti parkinsoniani per stabilire se soddisfavano tali criteri e solo 1,6% soddisfava tutti i criteri in senso stretto.
    Sono pochi i pazienti adatti per la stimolazione cerebrale profonda. Il candidato ideale è affetto dalla malattia di Parkinson (e non da altre forme più o meno simili) da almeno 7-8 anni. Non deve avere altre malattie importanti, né un decadimento mentale. Il suo neurologo ha già provato tutti i farmaci disponibili, ma la sua autonomia è gravemente condizionata dal fenomeno "on-off" e/o dalle discinesie; può avere dolori durante il blocco motorio e gravi difficoltà di movimento nelle ore notturne. La risposta alla L-dopa è ancora presente, cioè il farmaco anche solo per un'ora al giorno è in grado di riportare il paziente ad una situazione di normalità. L'età massima accettata è di 70 anni, ma si può leggermente derogare nel caso di un paziente in ottime condizioni generali, in piena attività lavorativa o sociale o familiare e fortemente motivato.
    In una puntata di Superquark, del 14 ottobre 2003,è presente un servizio che mostra come la neurochirurgia possieda oggi strumenti sorprendenti per tenere sotto controllo il tremore che è tipico del Parkinson. La terapia chirurgica non rappresenta la cura della malattia ma un modo importante per migliorare la qualità di vita dei pazienti. Oggi, una sofisticata tecnica chirurgica è in grado di restituire, a questi pazienti, una qualità di vita più che accettabile.
    E’ una tecnica che consente di impiantare due elettrostimolatori nel nucleo subtalamico allo scopo di contrastare l’attività elettrica anomala dei neuroni.
    Il CTO di Torino è uno dei centri a cui si è realizzato il maggior numero di interventi.  Grazie a questo trattamento, molti malati sono tornati alla vita che il Parkinson, per molto tempo, aveva seriamente compromesso.

    3. TRAPIANTI CELLULARI

    TRAPIANTO DI CELLULE FETALI

    Dalla substantia nigra vengono prelevati neuroni di feti umani in grado di produrre dopamina (A).

    Documenti

    Il tessuto prelevato viene dissociato (B) e in seguito impiantato nello striato del paziente (C).

    Recentemente, è stato anche proposto l’uso di cellule dopaminergiche di origine porcina, in quanto, per una serie di caratteristiche biologiche sono simili a quelle umane ma riducono il rischio di rigetto.

     

    TRAPIANTO DI CELLULE STAMINALI

    Le cellule staminali si trovano nell’embrione e in altri tessuti umani (cordone ombelicale e sistema nervoso). Sono cellule primitive, non specializzate, dotate di due caratteristiche: la prima è la capacità di dare origine a cellule differenziate del corpo (cellule ematiche,nervose,muscolari etc.) e la seconda è la capacità di auto-rinnovamento. Vengono coltivate e poi impiantate nello striato proprio come avviene per le cellule fetali.


    Cellule Staminali

    Il Novecento è stato caratterizzato da grandi scoperte che hanno costituito un momento di svolta per le conoscenze embriologiche. Dopo quasi un secolo, siamo a conoscenza delle dinamiche del differenziamento cellulare anche se ci sfuggono ancora quelle che riguardano lo sviluppo dell’embrione.
    Lo zigote ha origine dalla fusione della cellula uovo con lo spermatozoo, e rappresenta la prima cellula che costituisce il nuovo individuo. Essa possiede tutte le informazioni per dare inizio allo sviluppo embrionale, e le cellule a cui dà origine possono differenziarsi nei tessuti più diversi. Ed è proprio per questa loro caratteristica che vengono chiamate cellule staminali totipotenti.
    In realtà, cosa sono e soprattutto a cosa servono le cellule staminali?
    Le cellule staminali sono cellule primitive, non specializzate, dotate della singolare capacità di trasformarsi in altri diversi tipi di cellule del corpo.
    Le potenziali fonti di cellule staminali sono:

    • gli embrioni nei primi stadi di sviluppo (blastocisti) creati attraverso fecondazione in vitro o creati specificatamente per la ricerca;
    • gli embrioni nei primi stadi di sviluppo creati dalla sostituzione del nucleo cellulare (a volte prende il nome di “clonazione”) che consiste nell’inserire il nucleo di una cellula adulta in una cellula uovo a cui è stato asportato il nucleo;
    • cellule germinali o organi di un feto abortito;
    • cellule del sangue derivanti dal cordone ombelicale;
    • tessuti adulti (midollo osseo)
    • cellule del tessuto adulto maturo riprogrammate per comportarsi come cellule staminali.

    Documenti

    In generale vige il principio che la graduale specializzazione, a cui va incontro una cellula durante il processo di differenziamento, limita via via le sue potenzialità di generare tessuti di qualsiasi altro tipo; quanto più adulta è una cellula tanto minori sono le sue potenzialità. Secondo questo principio, le cellule staminali ottenute dagli embrioni in fase iniziale hanno maggiori  capacità ed infatti, non a caso, la cellula uovo, che è la prima cellula che si forma dall’individuo, viene definita la cellula totipotente per eccellenza poiché è in grado di dirigere lo sviluppo di un intero organismo; al contrario, ad esempio, delle staminali prese dal cordone ombelicale o dal tessuto fetale che presentano delle limitazioni sia numeriche che fisiologiche.        Anche nell’adulto alcuni tessuti caratterizzati da un elevato ricambio conservano cellule che non si differenziano e quindi, come le cellule staminali embrionali, possono, in determinate condizioni, trasformarsi in altri tipi cellulari.
    Però, le cellule staminali ottenibili dall’adulto non sono solo di difficile reperibilità, poiché numericamente molto scarse, ma sopratutto non possono essere coltivate a lungo poiché dopo alcune divisioni cellulari perdono le caratteristiche di pluripotenza. Si spera che in futuro sarà possibile riprogrammare le cellule adulte per comportarsi come cellule staminali.
    In base al fatto che possano dar luogo a tutte, ad alcune o ad un solo tipo di cellula,  le cellule staminali si chiameranno rispettivamente totipotenti, pluripotenti e unipotenti.
    Questa considerevole proprietà può essere sfruttata per produrre nuove cellule da trapiantare, che andranno a sostituire i tessuti danneggiati in pazienti affetti da malattie sinora poco trattabili come l’Alzheimer, il Parkinson, l’infarto e il diabete.
    Ma come si è arrivati all’identificazione delle cellule staminali?
    Le scoperte che le riguardano sono giunte all’attenzione del mondo intero, solo pochi anni fa, quando il ricercatore americano James Thomson, dell’università del Wisconsin, riuscì, dopo anni di tentativi falliti, a isolare cellule staminali da un embrione umano. Era novembre del 1998 quando la rivista americana “Science” scriveva un editoriale commentando l’exploit con cui le cellule staminali facevano il loro trionfale ingresso sulla scena della medicina biotecnologica.
    Solo a distanza di un anno, nel dicembre del 1999, “Science” assegnò a queste ricerche il titolo di “Scoperta dell’anno”, a testimonianza dell’impatto e delle implicazioni che avrebbero potuto avere nella pratica clinica. La rivoluzione delle staminali, fino a quel momento silenziosa, si guadagnava d’un tratto l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale. Infatti, nel giro di pochi anni questo campo di ricerca è diventato uno dei settori più caldi della ricerca biomedica, con una crescita esponenziale di pubblicazioni scientifiche.
    Il successo dell’applicazione della ricerca delle cellule staminali dovrebbe dipendere dal fatto che:

    • le cellule staminali possono essere coltivate in laboratorio e possono essere isolate con successo;
    • le cellule staminali cresciute in laboratorio possono essere indirizzate per trasformarsi in uno specifico tipo cellulare;
    • le cellule staminali che hanno formato particolari tipi cellulari possono essere usate per curari pazienti i cui tessuti sono malati o danneggiati;
    • i tessuti sviluppati in questo modo possono svilupparsi normalmente oppure possono mettere a rischio i pazienti.                                                                                             

    Ma sono sempre di più i settori nei quali le cellule staminali trovano possibili applicazioni. La prima e più diffusa è senz’altro quella terapeutica.
    Le cellule staminali potrebbero infatti essere impiegate nella cura di tutte quelle malattie che sono associate ad una perdita di funzionalità degli organi, causata dalla distruzione dei tessuti che li compongono.
    Fino a qualche anno fa, l’unica soluzione per ovviare al danneggiamento di un tessuto o di un organo era quella del trapianto; tuttavia questa tecnologia salvavita soffre tuttora di due grandi difficoltà. La prima riguarda l’insufficiente disponibilità di organi e la seconda il problema della compatibilità tra organo donato e il ricevente (istocompatibilità).
    Una seconda applicazione è l’utilizzo delle staminali, in particolar modo di quelle embrionali, per studiare gli stati dello sviluppo ( ovviamente non potrà essere fatta direttamente sull’embrione umano intatto); questo potrebbe aiutarci nella comprensione dei meccanismi che sono alla base di fenomeni come gli aborti spontanei, l’infertilità e le malformazioni congenite, argomenti su cui la scienza deve ancora fare piena luce.
    Inoltre, non meno importante è lo studio del rapporto tra salute ambientale e salute umana a cui l’uso delle cellule staminali potrebbe fornire un prezioso contributo, attraverso la sperimentazione su di esse degli agenti dannosi di varia natura, presenti nell’ambiente in cui viviamo; in questo modo potremmo prevedere il loro possibile effetto sull’uomo.
    Una terza applicazione riguarda la ricerca farmaceutica; una volta che la scienza avrà trovato un modo affidabile per dirigere la differenziazione delle cellule staminali verso ogni tipo di tessuto, la sicurezza, l’efficacia e gli eventuali effetti nocivi di un farmaco potranno essere testati direttamente su tali cellule. Questo avrebbe l’immediata conseguenza di evitare danni alla salute umana, come spesso è già avvenuto in passato, costringendo a ritirare con urgenza dal commercio alcuni farmaci per la gravità degli effetti collaterali verificatisi. Infatti, le cellule staminali ci permetterebbero di mimare un sistema biologico in miniatura, eliminando la necessità di utilizzare gli animali come cavie da laboratorio, oltre che a ridurre la spesa farmaceutica che grava pesantemente sui costi dell’assistenza sanitaria.
    La costruzione in laboratorio di tessuti o parti di organo da trapiantare non è più fantascienza, ma è basata sulla concreta capacità che gli scienziati hanno acquisito di controllare le caratteristiche genetiche dei tessuti che vengono prodotti, in modo da superare il problema del rigetto della struttura trapiantata.
    Innanzitutto, la fabbricazione di un tessuto o di un organo da trapiantare richiede: cellule staminali e fattori di crescita.
    Nasce quindi spontanea la domanda : da dove possiamo procurarci le cellule staminali necessarie? Si possono seguire due vie: prelevarle da un embrione, quando è ancora composto da 4-8 cellule, da un feto abortito, dal cordone ombelicale di un neonato o da alcune regioni del corpo di un adulto; oppure possiamo produrle in laboratorio a partire da cellule già differenziate, in parte o del tutto.
    Questa seconda via si basa sulla scoperta che è possibile prendere alcune cellule da un essere umano, far perdere loro le caratteristiche che hanno acquisito, ossia farle regredire da adulte allo stadio di cellule staminali, farne molte copie, in modo da averne una quantità ragionevolmente sufficiente per la parte da sostituire, quindi istruirle verso la formazione del tessuto o dell’organo desiderato.
    Accanto alle sorgenti naturali di cellule staminali, negli ultimi anni è sorta un’altra possibilità molto promettente, basata sulla capacità di modificare il programma genetico di cellule adulte già differenziate, riprogrammandole per farle tornare cellule pluripotenti. Questo è possibile poiché ogni cellula di cui siamo costituiti contiene l’intero patrimonio genetico dell’individuo e quindi è potenzialmente in grado di formare qualsiasi tessuto di cui è fatto l’organismo.
    Il metodo per effettuare questa riprogrammazione del genoma di una cellula adulta è basato sulla tecnica di trasferimento nucleare. Questa tecnica consiste nel trasferire il nucleo di una cellula in una cellula uovo non fecondata, dopo aver eliminato o reso inattivo il nucleo preesistente.
    La tecnica della sostituzione del nucleo cellulare potrebbe essere applicata per trattare alcune rare malattie ereditarie molto pericolose, per guidare la formazione di un nuovo organismo e per dirigere la produzione di tessuti o organi da trapiantare. Basterebbe trasferire il nucleo di una cellula adulta della pelle del paziente in un uovo e stimolarlo a dividersi fino a ottenere una manciata di cellule, quelle pluripotenti della blastocisti ai primissimi stadi di sviluppo, indirizzarle a differenziarsi in neuroni che producono dopamina nel caso del morbo di Parkinson, o in cardiomiotici per un cuore infartuato, e poi trapiantarle nei pazienti malati. La cura della cellula uovo (ovocita) attraverso la  tecnica di trasferimento nucleare potrebbe fornire la possibilità di aiutare una donna con disfunzioni mitocondriali a dare alla luce un bambino sano che erediti i suoi geni insieme a quelli del suo compagno.
    Il 17 luglio del 2001 va in onda una straordinaria puntata di Superquark in cui Piero Angela commenta la ricerca genetica in corso su cellule dell’embrione nei primi momenti di vita, dette staminali, che potranno forse consentire la rigenerazione di tessuti umani danneggiati da patologie, risolvere il problema dei trapianti di organi e delle relative incompatibilità genetiche ed essere utilizzate per la cura di malattie gravi quali il diabete, l’infarto, il morbo di Parkinson, l’arteriosclerosi etc...
    Ma come si potranno ottenere cellule embrionali di persone ormai adulte?
    Una strada è quella di compiere una specie di clonazione a metà; si tratta di sostituire il nucleo di un’ovocita femminile contenente il DNA con il nucleo prelevato da una cellula qualsiasi del paziente da curare.
    Per mezzo di particolari stimoli, l’ovocita con il nuovo DNA può essere indotto a dividersi come se fosse stato fecondato. Dopo alcuni giorni, invece di impiantare l’embrione nell’utero di una donna si prelevano le preziose cellule staminali embrionali tutte contenenti il DNA del paziente. Si pone però un delicato problema etico: è giusto anche se per curare una grave malattia creare un embrione che non diventerà mai un essere umano ?
    Un problema analogo lo pongono anche le ricerche necessarie per capire come utilizzare le staminali embrionali nelle quali si fa uso di cellule provenienti da embrioni umani, in genere quelli creati in sovrannumero nei laboratori di fecondazione artificiale e che non verranno impiantati.
    La chiesa cattolica si è dichiarata contraria, alcuni paesi come la Gran Bretagna, hanno deciso di consentire la sperimentazione di embrioni di non più di 14 giorni. Molti altri paesi, tra i quali l’italia non hanno ancora una legge in proposito. Per rispondere a questi problemi etici e per consentire alla ricerca di andare avanti, una commissione scientifica nominata dal nostro ministero della sanità ha indicato nuove strade che non prevedono la creazione o la soppressione di embrioni. La nuova frontiera della ricerca è lo studio dei fattori chimici che rendono le staminali embrionali così speciali. Grazie ad essi si potranno riprogrammare direttamente le cellule adulte oppure riattivare cellule staminali presenti in alcuni tessuti adulti che non si possono rigenerare come il cervello. La speranza è quindi che una volta carpiti i loro segreti non avremo più bisogno di cellule staminali embrionali. L’obiettivo a lungo termine di questi studi è infatti una nuova medicina che utilizzi gli stessi strumenti che usa il nostro corpo per svilupparsi o rigenerarsi una medicina che qualcuno ha già chiamata rigenerativa.
    Nel 2002, si fa un grande passo avanti sulle staminali. Ricercatori italiani hanno risvegliato “le cellule bambine” del cervello somministrando alle cavie animali ormone tiroideo, un metodo assolutamente naturale che potrebbe aprire nuove strade non solo per la lotta alle malattie come la sclerosi multipla, ma anche a Parkinson e Alzheimer. Per ora i ricercatori dell’università di Bologna stanno verificando quanti risvegli di staminali nervose sono riusciti ad ottenere negli animali e anche le conseguenze prodotte dalla somministrazione di ormone tiroideo. Laura Calzà che guida il gruppo di ricerca finanziato da Telethon, ipotizza anche un ruolo del fattore di crescita scoperto la Rita Levi Montalcini negli anni 50 e che le valse il Nobel. Se bastasse risvegliare le staminali presenti anche nei soggetti adulti per ottenere i nuovi neuroni si potrebbe dribblare l’uso degli embrioni.
    Solo lo scorso anno, il tgrleonardo presenta il risultato di uno studio effettuato da ricercatori italostatunitensi, però, non è ancora utilizzabile per le terapie mediche ma comunque molto promettente.
    Riportare indietro le lancette dell’orologio di cellule della pelle per farne staminali e curare così i sintomi del Parkinson. E’ la prima volta che una tecnologia genica di questo tipo viene utilizzata e di fatto apre a una possibilità molto grande, quella di riprogrammare cellule mature in staminali e, a loro volta, quest’ultime potranno differenziarsi in qualsiasi tipo di cellula e di tessuti e organi adulti. Per ora va detto che lo studio ha avuto successo sul Parkinson in laboratorio e sul modello animale ma è considerato comunque un avvio promettente.
    La ricerca si è svolta da una parte all’altra dell’oceano, da una parte studiosi dell’università di Boston e dall’altra ricercatori del San Raffaele di Milano.
    Tra i vantaggi, quelli di natura etica, di arrivare a cellule così versatili da poter essere paragonate a staminali embrionali senza però dover utilizzare mai embrioni. Punto di partenza del processo di trasformazione sono i fibroblasti della pelle, cioè cellule tipiche del tessuto connettivo in grado di produrre tra l’altro anche collagene e fibre elastiche. La tecnica prevede l’inserimento nei fibroblasti di quattro geni chiave chiamati master che avviano il processo di ringiovanimento fino a raggiungere lo stadio di staminali riprogrammate. In questi esperimenti si è verificata l’efficacia, negli animali da laboratorio, nell’ottenere neuroni dopaminergici in vitro, ossia quei neuroni la cui perdita è la causa del morbo di Parkinson. Nei test si è visto che quegli ottenuti dai fibroblasti della pelle ringiovaniti sono in grado di sostituirli perfettamente.

    TIPI DI CELLULE STAMINALI

    Documenti

    Le cellule staminali adulte sono cellule non specializzate reperibili tra cellule specializzate di un tessuto specifico e sono prevalentemente multipotenti. Queste sono tuttora già utilizzate in cure per oltre cento malattie e patologie.
    Le cellule staminali embrionali sono ottenute a mezzo di coltura, ricavate dalle cellule interne di una blastocisti. Difatti per poter ottenere una linea cellulare (o stirpe, o discendenza) di queste cellule si rende necessaria la distruzione di una blastocisti, un embrione non ancora cresciuto sopra le 150 cellule.
    Le cellule staminali amniotiche sono le cellule staminali che si trovano nel liquido amniotico che circonda il feto durante la gestazione. Le cellule staminali amniotiche hanno caratteristiche biologiche molto simili alle staminali embrionali, ma non hanno le controindicazioni di tipo etico legate alla distruzione dell'embrione.
    La ricerca su queste cellule è ancora all'inizio, ma potrebbe avere un buon potenziale di sviluppo. Dal residuo del liquido non utilizzato per l'esame diagnostico si ricavano cellule staminali multipotenti e di grande vitalità, in grado di moltiplicarsi centinaia di volte e capaci di differenziarsi in vari tessuti embrionali.
    Le caratteristiche di vitalità e potenzialità differenziative delle cellule amniotiche le rendono uniche nella storia biologica di un individuo, con caratteristiche molto importanti sia rispetto a quelle embrionali, sia rispetto a quelle adulte.
    Infatti, rispetto alle embrionali, quelle amniotiche non hanno problemi etici e, elemento fondamentale dal punto di vista medico, possono essere utilizzate ad uso autologo, cioè direttamente sull'individuo stesso. Questo fatto, che non è possibile con quelle embrionali, poiché l'embrione da cui originano è stato distrutto, permette un’ assoluta compatibilità con il "proprietario", senza alcun problema di rigetto.
    Il rigetto si può evitare anche con le cellule staminali adulte, ma queste ultime sono molto più "vecchie", meno dinamiche e decisamente meno differenziabili di quelle amniotiche.
    Le cellule staminali ottenute da sangue di cordone ombelicale dal 1998 sono impiegate per curare il morbo di Gunther, la sindrome di Hunter, la sindrome di Hurler, la leucemia linfocitica acuta e molte altre patologie che interessano in particolare i bambini. Il sangue è raccolto dal cordone ombelicale, sia in caso di parto spontaneo che di taglio cesareo, facendo un prelievo (in circuito chiuso sterile) dalla vena ombelicale.
    Il sangue residuo della placenta e del cordone ombelicale costituisce una fonte di cellule staminali emopoietiche adulte.
    In Italia la conservazione per uso "personale", o più precisamente per uso intrafamiliare, è consentita solo nel caso in cui, al momento del parto, siano presenti nel neonato o nei genitori del neonato stesso, delle patologie che abbiano l'indicazione al trapianto con cellule staminali da sangue placentare.
    Ricercatori in Corea del Sud hanno annunciato nel novembre del 2004 di aver sperimentato con successo terapie basate su cellule staminali multipotenti (somatiche) da cordone per permettere ad una donna paralizzata di camminare con l'aiuto di un tutore. Ciò è stato reso possibile isolando le cellule staminali dal cordone ombelicale e iniettandole nella zona danneggiata della colonna vertebrale della paziente.
    Si parla, per la prima volta, di trapianto di midollo osseo con cellule staminali in una puntata del TGR LEONARDO del 5 aprile 1994. Il servizio tratta di come i trapianti di midollo osseo, attraverso l’uso di cellule staminali prelevate da cordone ombelicale, fanno sperare migliaia di persone, in particolare bambini malati di leucemia, aplasia midollare, talassemia e in genere tutte le malattie del sangue.
    Fino ad oggi sono stati sottoposti al trapianto tradizionale di midollo osseo oltre 40.000 persone di tutto il mondo. L’ostacolo da superare è la compatibilità tra donatore e paziente, se solo un piccolissimo dato non corrisponde si rischiano gravi malattie da rigetto.
    L’alternativa di trapiantare cellule staminali al posto di midollo osseo, ricavato dal sangue presente nei cordoni ombelicali rappresenta la grande speranza.
    Il primo di questi trapianti in Italia è stato tentato nel 1993 al Regina Margherita di Torino. Il trapianto è riuscito e non c’è stato tentativo di rigetto ma purtroppo il piccolo non ce l’ha fatta, il suo organismo era ormai stremato dalla malattia.

    La scienza in prospettiva

    E’ molto difficile delineare una scala dei tempi sugli sviluppi della ricerca in questo campo in quanto ci sono molti ostacoli tecnici e scientifici da superare prima di poter beneficiare dell’uso delle staminali. Tuttavia, la scienza ha dimostrato che le cellule staminali derivano dagli embrioni di diverse specie animali ( più recentemente anche dagli embrioni umani), dal tessuto fetale e da tessuti adulti come il midollo osseo, pelle e sangue.
    Molti studi condotti sui topi hanno dimostrato come le cellule staminali sono portate a differenziarsi in diversi tipi cellulari e che le cellule che ne derivano possono essere trapiantate con successo. Ovviamente applicare lo stesso studio sugli esseri umani comporta una maggiore difficoltà e tempi considerevoli poiché è necessario identificare gli agenti chimici richiesti per incoraggiare la crescita delle cellule e le appropriate condizioni per ottenere i tipi cellulari richiesti.
    La maggior parte degli scienziati consultati conviene che la scienza è ancora lontana svariati anni dall’essere in grado di superare questioni tecniche e di sicurezza che sono emerse dai primi lavori sulle cellule staminali e sulla sostituzione del nucleo cellulare come, ad esempio, se il numero di cellule uovo (ovociti) di scorta per le terapie è adeguato; se le cellule e i tessuti derivanti da sostituzione del nucleo cellulare possono svilupparsi normalmente o se,invece, possono creare un rischio; se le cellule staminali e i tessuti che ne derivano possono “invecchiare” normalmente; se tali tessuti saranno maggiormente propensi a sviluppare tumori maligni; se i tessuti generati da un nucleo adulto riprogrammato potrebbero andare incontro a problemi di rigetto dopo il trapianto come teoricamente possibile.
    Tutti questi argomenti hanno bisogno di essere chiariti dalla ricerca.
    Molti richiederanno ulteriori studi negli animali prima che venga preso in considerazione l’uso di tessuti embrionali umani.
    Tuttavia, la differenza fra le specie rende comunque chiaro che la ricerca sull’uomo sarebbe necessaria per dimostrare la validità del concetto e per studiarne gli argomenti. La ricerca deve cercare di dimostrare perché le cellule staminali sono ritenute in possesso di tali considerevoli potenziali.   Al Tgr Leonardo del 10 febbraio 2003 si parla di come la terapia genica e la ricerca sulle cellule staminali rappresentano le frontiere della medicina. La novità annunciata dell’Università del Wisconsis, riguarda la manipolazione genetica delle staminali umane tratte da embrioni non usati nelle cliniche per la fertilità. Queste cellule primitive hanno grandi potenzialità e versatilità, si possono trasformare in qualsiasi componente dell’organismo vivente. I ricercatori guidati dal pioniere in questo campo James Thomson, hanno preso un embrione malato, lo hanno curato con terapia genica e ne hanno tratto staminali guarite. A questo punto sono anche riusciti a farli diventare il tessuto desiderato. Altri esperimenti erano già stati fatti sui topi transgenici, quelli cioè che vengono creati apposta con un difetto per poterli studiare ma è la prima volta che un simile risultato è ottenuto su cellule di un essere umano. Il potenziale di queste tecnologie è enorme e le staminali si possono far crescere e indurre a differenziare, ora è possibile manipolare il patrimonio genetico con prospettive incoraggianti. Si lavora per produrre tessuti di ricambio utili per malattie degenerative e non solo.

    Restrizioni legali

    I 25 stati membri dell'Unione Europea hanno assunto posizioni differenti circa la regolamentazione della ricerca sulle cellule staminali embrionali umane, riflettendo un'ampia diversità di pensiero per ciò che riguarda aspetti etici, filosofici e religiosi. Queste differenze sono rispecchiate nelle diverse legislazioni vigenti in ogni paese.
    Il Regno Unito ha un sistema costituito per la regolamentazione della creazione e l’uso di embrioni,sia nella ricerca che nella terapia, racchiuso all’interno del decreto 1990 sull’embriologia e la fecondazione umana. Il decreto 1990 consente la creazione e l’uso di embrioni per la ricerca, a patto che questa rientri in uno dei cinque obiettivi specificati nel decreto e viene permessa per mezzo di una licenza rilasciata dalla HFEA (Human Fertilisation and Embriology Autority).
    Gli embrioni usati nella ricerca non possono essere tenuti per più di 14 giorni (escludendo il periodo di deposito). Circa 48 mila embrioni che non erano più necessari per la fecondazione in vitro,sono stati usati per la ricerca fra il mese di agosto del 1991 e il marzo del 1998 e 118 embrioni sono stati creati nel corso di ricerche nello stesso periodo. La ricerca che prevede la creazione di un embrione attraverso sostituzione di nucleo cellulare non è proibita purchè soddisfi uno degli scopi della ricerca specificati mentre la creazione o l’uso di embrioni per una ricerca che aumenti la conoscenza o il trattamento di malattie non congenite non è permesso secondo il decreto 1990. Attualmente nel Regno Unito, non ci sono leggi specifiche in vigore che regolino la ricerca sulle cellule staminali una volta estratte dagli embrioni o la ricerca per ottenere le cellule staminali da altri fonti, non embrionali, come un feto abortito o cellule adulte.
    Il Belgio ha assunto posizioni simili a quelle del Regno Unito, permettendo la produzione di cellule staminali umane a partire dalle blastocisti in sovrannumero derivate dalle procedure di fertilizzazione in vitro (IVF). Ha permesso inoltre, solo in particolari circostanze (ad esempio per studiare specifiche malattie gravi), la creazione di embrioni umani per la produzione di cellule staminali embrionali umane ad hoc.
    Assumono invece una posizione totalmente opposta la Germania e l'Italia che proibiscono di ottenere cellule staminali da embrioni umani.
    Nel febbraio del 2004 fu emanata, dal parlamento italiano, con maggioranza di centrodestra, la legge n.40 recante norme in materia di procreazione medicalmente assistita. L’articolo 14 di tale legge prevede dei limiti all’applicazione delle tecniche sugli embrioni. In particolare, è vietata la crioconservazione e la soppressione degli embrioni; la creazione di un numero di embrioni superiore a tre con le relative sanzioni per chiunque violi queste disposizioni. L’articolo 13 di tale legge, inoltre, dichiara che la ricerca clinica e sperimentale su ciascun embrione umano è consentita solo per finalità terapeutiche e diagnostiche, solo nel caso in cui non siano disponibili metodologie alternative. Nel comma 3 dello stesso articolo si vieta esplicitamente la produzione di embrioni umani a fini di ricerca o di sperimentazione.
    Dopo l’emanazione della legge 40, diversi gruppi, associazioni, partiti supportati da esponenti della medicina e della scienza avviano un dibattito molto intenso sulle disposizioni della suddetta legge.
    Già nel marzo del 2004 i radicali italiani depositano in corte di cassazione la richiesta di referendum abrogativo. Tale referendum sottoponeva al voto dei cittadini italiani quattro quesiti. Il primo riguarda l‘abrogazione del divieto di utilizzare cellule embrionali sia per scopi terapeutici che di ricerca, si chiede inoltre di eliminare il divieto di crioconservazione degli embrioni. Il secondo quesito chiede l’abrogazione della restrizione dell’accesso della procreazione assistita solo alle coppie che hanno problemi di infertilità o sterilità ed è stato ribattezzato per la tutela della salute della donna. Il terzo quesito riguarda i diritti del concepito mentre il quarto riguarda la fecondazione eterologa.
    Il 12 e 13 giugno del 2005 si svolse il referendum in tutte le città italiane. I quattro referendum non raggiungono il quorum minimo poiché solo il 25,9% degli aventi diritto si reca alle urne. La risposta affermativa è intorno all’ 88% dei votanti ma nonostante questo sarà l’astensionismo a determinarne l’insuccesso.
    L’astenzionismo fu sponsorizzato da molte associazioni cattoliche, dal Vaticano e da buona parte di esponenti politici del centrodestra e da alcune frange della margherita. Il primo aprile del 2009 la Corte Costituzionale dichiara illegittimo l’articolo 14 comma 2 della legge 40 riguardante il limite dei tre embrioni. Il presidente della camera Gianfranco Fini in controtendenza con gran parte delle opinioni della sua parte politica sul pronunciamento della corte costituzionale afferma:
    << Mi sembra evidente che quando una legge si basa su dogmi di tipo etico-religioso, è sempre suscettibile di censure di costituzionalità, in ragione della laicità delle nostre istituzioni>>.
    Al di là del pronunciamento della corte costituzionale, tale legge vieta di fatto, in Italia, l’utilizzo di embrioni umani ai fini di ricerca scientifica, limitando possibili sviluppi della scienza e della medicina nel campo delle cellule staminali di natura embrionale.
    Altri paesi come l'Austria, la Bulgaria, Cipro, l'Irlanda, la Lituania, il Lussemburgo, Malta, la Polonia, la Romania e la Slovacchia non hanno formulato a riguardo alcuna legislazione specifica.
    Le diversità presenti tra i vari stati europei hanno causato accesi dibattiti sul problema dei finanziamenti alla ricerca sulle cellule staminali. Nel luglio del 2006, infatti, i Ministri Europei sono stati concordi nel finanziare alcuni tipi di ricerche sulle cellule staminali umane, permettendo così solo agli scienziati dei paesi in cui l'uso di embrioni umani a scopi di ricerca è consentito, di poter accedere alle richieste di finanziamento.

    Considerazioni etiche

    Piero Angela, in una puntata di Superquark del 2003, afferma che milioni di persone al mondo soffrono di malattie molto gravi come Parkinson, Alzheimer o paralisi dovute alla lesione della spina dorsale. Da tempo si sta cercando di capire se sia possibile rigenerare i tessuti danneggiati grazie a trapianti di staminali embrionali. E’ una ricerca difficile che comporta anche problemi etici. In alcuni paesi come l’Australia la legislazione consente questo tipo di ricerca e in molti laboratori si sta avanzando lungo questa strada. A Melbourne, una delle prime società biotecnologiche che produce staminali embrionali umane, l’ESI ha sperimentato quella che potrebbe diventare una nuova terapia per curare gravi malattie degenerative o per curare lesioni alla spina dorsale che lasciano paralizzati.
    Per il momento, queste nuove terapie che prevedono il trapianto di staminali sono state messe alla prova solo su animali e con cellule animali. Ad esempio si è preso un ratto come modello del Parkinson. In questo ratto sono state trapiantato in particolari aree del cervello cellule staminali che i ricercatori erano riusciti a far differenziare in cellule nervose. Il ordinamento muscolare e la capacità di muoversi di questi topi sono notevolmente migliorati.
    Ma da dove provengono l’embrionali umane che i ricercatori stanno moltiplicando in questi laboratori ?
    Un ovulo, dopo la fecondazione, inizia a dividersi in un numero crescente di cellule. Al quarto giorno assume la forma di una specie di foglietto cavo con un grumo di cellule ad una estremità. Queste cellule (circa trenta) sono le staminali embrionali.
    Si chiamano così perché sono cellule pluripotenti sono cioè capaci di trasformarsi, di differenziarsi, come dicono gli scienziati in duecento e passa tipi di cellule che compongono un corpo adulto, cioè muscolari, nervose, epiteliali etc… 
    Ma da dove vengono estratte? Nelle cliniche per la fecondazione artificiale, in particolare per quella in vitro, vengono creati 10 o più embrioni per ogni coppia, facendole incontrare in laboratorio i loro spermatozoi e ovuli. Poiché con questa tecnica la percentuale di successi è in media del 25/30 % conviene preparare più embrioni e congelarli in modo da averne sempre a disposizione se i primi tentativi di impianto nell’utero dovessero fallire. Quando finalmente l’impianto riesce e la gravidanza procede regolarmente a volte restano embrioni congelati, non utilizzati, cioè che la coppia a cui legittimamente appartengono non vuole più impiegare per avere altri figli.
    In molti paesi compresa l’Italia è proibito di utilizzare per la ricerca scientifica questi embrioni comunque destinati in un modo o nell’altro ad essere distrutti o a deteriorarsi con il tempo.
    In altri paesi invece come Stati Uniti, Australia, Singapore, Giappone, Gran Bretagna ed entro certi limiti, è possibile purchè ci sia il consenso informato della coppia a cui appartengono e seguendo particolari regole restrittive, seguendo una procedura che ricorda la donazione di organi per il trapianto.
    Naturalmente le poche cellule staminali estratte da un embrione non sarebbero sufficienti per condurre tutte le ricerche necessarie per trasformare la speranza di nuove terapie in realtà. E proprio per superare questo ostacolo stanno nascendo imprese di biotecnologie che utilizzando le ricerche messe a punto in università e istituti di ricerca coltivano le cellule staminali embrionali riuscendo ad ottenere dalle 30 originali milioni e milioni di copie. La difficoltà si trova proprio nel riuscire a far sopravvivere in vitro e a moltiplicare le cellule senza che comincino a trasformarsi in cellule più specializzate. Dalle prime cellule si formano cosi milioni di discendenti in tutto e per tutto identici che i ricercatori da tutte le parti del mondo possono ordinare a ditte come quelle di Melbourne e ricevere i campioni nell’azoto liquido.  Sarà proprio la disponibilità di cellula a far progredire le conoscenze necessarie per mettere a punto le nuove terapie. Ma le difficoltà non mancano. Ad esempio, come convincere le staminali a differenziarsi nel tessuto richiesto? E ci sono anche problemi etici.. infatti il prelievo di staminali embrionali distrugge un embrione umano anche se come abbiamo visto si tratta di embrioni soprannumerari comunque destinati a non essere utilizzati dalla coppia che li ha generati.
    Vi sono altre staminali, sia negli adulti sia nel tessuto fetale, come il cordone ombelicale. Queste cellule sono gia parzialmente differenziate ma ancora in grado di dare vita ad altre cellule di vari tipi. Non riescono però, come le embrionali a trasformarsi in qualsiasi cellula del corpo umano. Tuttavia, in molti casi, non si è ancora riusciti a moltiplicare e a coltivare in vitro le staminali adulte o fetali. A molti interrogativi, come si vede, non c’è ancora una riposta. La ricerca continua..
    Nel frontespizio di un recente numero della prestigiosa rivista The Lancet è riportata a pieni caratteri la frase: “é tempo che i ricercatori presentino il caso delle cellule staminali”. é una specie di invito alla comunità scientifica perché si assuma le sue responsabilità se veramente crede che quest’area di ricerca rappresenti un asse portante della nuova medicina riparativa che promette risultati significativi in gravi e debilitanti malattie.
    Per ora, ciò che è chiaro è che abbiamo molte prospettive, parecchie ipotesi e di conseguenza molto lavoro da fare.
    L’importanza delle applicazioni terapeutiche per malattie degenerative (Parkinson, Alzheimer, sclerosi laterale amiotrofica), per gravi malattie  metaboliche (diabete) o per organi gravemente danneggiati (cuore, fegato, rene) impone uno sforzo che dovrebbe unire tutta la ricerca biomedica. L’urgenza di trovare al più presto i più adatti tipi cellulari e le migliori vie di trattamento dovrebbe permettere di realizzare una grande rete collaborativa che trova tuttavia alcuni ostacoli teorici e pratici.
    La notizia della riapertura dei fondi per la ricerca sulle cellule staminali embrionarie da parte del governo Obama ha riacceso anche in Italia il dibattito sull’opportunità scientifica ed etica dell’utilizzo di questo tipo di cellule. Considerazioni etiche diffuse non sono, tuttavia, sempre sostenute da una sufficiente conoscenza degli aspetti tecnici e scientifici, che riguardano le modalità e le conseguenze per l’embrione del prelievo delle cellule, l’identità ed il ruolo dei genitori, i risultati degli studi conclusi fino ad ora e le prospettive future di ricerca, le fonti alternative di cellule staminali, gli aspetti commerciali.
    I ricercatori e gli organi di comunicazione di massa devono sforzarsi di presentare con completezza, precisione e comprensibilità i dati oggettivi, per consentire ai non addetti ai lavori, sia a livello politico sia a livello della popolazione, di prendere una posizione motivata.
    Una significativa corrente di opinioni ritiene che, come principio morale, l’uso di embrioni per scopi scientifici non è etico ed è inaccettabile sulla base del fatto che a un embrione dovrebbero essere tributati tutti i diritti dell’uomo dal momento della sua creazione. D’altro canto, altri sostengono che all’embrione non debbano essere attribuite particolari attenzioni morali aggiuntive. Atri ancora, accettano lo status speciale di un embrione come potenziale essere umano sostenendo che il rispetto dovuto agli embrioni aumenta proporzionalmente con l’aumentare del suo stadio di sviluppo e che questo rispetto in particolare nei primi stadi, può propriamente essere usato contro i potenziali benefici che ne derivano dagli scopi scientifici.
    Le attuali restrizioni e i controlli sulla ricerca embrionale, riflettono proprio quest’ultima visione, tributando agli embrioni un grado di protezione all’interno delle leggi ma stabilendo che i benefici delle ricerche proposte vengano considerati nei confronti del rispetto dovuto agli embrioni.
    Lo scienziato scozzese Jan Wilmut, il “padre” di Dolly, ha affermato che <<l’embrione diventa persona con la nascita, nel momento in cui si taglia il cordone ombelicale ed entra in funzione il sistema nervoso>>.    
    Il premio Nobel italiano Rita Levi Montalcini ha ribadito il concetto: <<sono del parere che lo zigote (l’ovocita fecondato) allo stadio di morula o di blastula (i primi stadi di moltiplicazione delle cellule dopo la fecondazione) non sia una persona. Ogni cellula di questi elementari aggregati può infatti generare a sua volta una persona completa. In altre parole ritengo che, prima dell’inizio della differenziazione, cellule totipotenti non possano essere considerate un individuo>>.
    Il premio Nobel per la medicina Edmond Fischer ha dichiarato in proposito che << quel che è veramente immorale, è non usare le nostre conoscenze di scienza e biologia per curare le malattie e aiutare l’umanità>>.  
    L’interesse verso le cellule staminali risiede nella loro notevole plasticità, per cui possono costituire una fonte da cui far derivare cellule mature impiegabili per studiare i meccanismi di sviluppo di alcune patologie, realizzare nuovi test diagnostici e nuovi farmaci, e curare molte malattie in particolare quelle di tipo degenerativo.
    Le cellule staminali embrionali vengono prelevate mediante l’aspirazione di cellule da un embrione di circa 5 giorni di vita, attraverso una tecnica microchirurgica, da cui deriva l’arresto dello sviluppo e la morte dell’embrione stesso.
    Gli embrioni vengono concepiti in laboratorio “ad uso” di ricerca o, più raramente, si utilizzano gli embrioni soprannumerari delle tecniche di fecondazione artificiale. In alcuni casi, nei Paesi in cui è permesso a livello normativo, gli embrioni sono concepiti mediante la clonazione, effettuata inserendo il nucleo di una cellula somatica, geneticamente uguale a quello del donatore, in una cellula uovo privata del suo nucleo.
    La ricerca che coinvolge gli embrioni creati da sostituzione del nucleo cellulare procura nuove preoccupazioni in molte persone,inclusi coloro che si oppongono a tutta la ricerca embrionale e forse anche coloro che non si schierano proprio.
    Anche coloro che accettano le ricerche attuali sugli embrioni potrebbero esprimere preoccupazioni sull’uso di embrioni creati attraverso il trasferimento nucleare.
    Questi embrioni potrebbero essere visti come esseri creati semplicemente come mezzo per raggiungere uno scopo e per essere usati come fonte di un prodotto.
    Una visione alternativa si basa sul fatto che i benefici dello sviluppo di cellule in un individuo, per creare una nuova fonte di cellule per le sue cure future, rende tali scopi eticamente giustificabili. Al contrario, la ricerca basata sugli embrioni formatisi per mezzo di sostituzione nucleare non prevede necessariamente il loro uso come mezzo per raggiungere un fine. I potenziali benefici delle ricerche hanno bisogno di confrontarsi con queste preoccupazioni. La ricerca sulla sostituzione nucleare potrebbe offrire un mezzo per produrre un tessuto compatibile per le terapie  e rappresenta solo il mezzo per conoscere meccanismi della riprogrammazione delle cellule adulte. Questi benefici, se messi in pratica, sarebbero sostanziali e potrebbero rappresentare la migliore prospettiva di sviluppo per le cure di un gran numero di disfunzioni degenerative. Sono state espresse anche preoccupazioni che la ricerca su embrioni creati per sostituzione del nucleo cellulare possa costituire il primo passo verso la clonazione.
    Le prime pubblicazioni sul prelievo delle cellule staminali embrionali risalgono alla fine degli anni ’90 ad opera di James Thomson, ma successivamente numerose ricerche hanno mostrato la possibilità di prelevare cellule staminali anche da altre fonti, che non richiedono il concepimento e la distruzione di vite umane, in particolare dal sangue dei vasi del cordone ombelicale, dall’amnion (la membrana che circonda e protegge l’embrione durante la vita endouterina), dai tessuti adulti, dai feti abortiti spontaneamente (con gli stessi principi etici che valgono per le donazioni da cadavere – il rispetto del corpo, il consenso dei genitori).
    In una trasmissione del 2004, Qui Roma, si parla del fatto che esistono miliardi di cellule staminali umane di feti provenienti da aborti spontanei che potrebbero salvare migliaia di pazienti affetti da malattie neurodegenerative. Si tratta delle cosidette cellule staminali neuronali.
    Il prof. Angelo Vescovi, dell’istituto di ricerca del San Raffaele di Milano, sostiene che le cellule già esistono, si tratta solo di prepararle per essere poi iniettate nel paziente senza che vi siano problemi di virus e contaminazione. Una volta certificate, le cellule staminali neuronali potrebbero essere sperimentate innanzitutto per malattie considerate letali.
    Non si è ovviamente in grado di fare una previsione a livello di tempistica per curare malattie non letali come il morbo di Parkinson, Alzheimer, etc. e per certificare che le staminali cerebrali siano sterili e non infettive e accelerare quindi la loro sperimentazione. Ma, se si arrivasse davvero alla certificazione delle staminali cerebrali, l’Italia potrebbe essere il primo paese al mondo a partire con la sperimentazione sui pazienti.
    Un importante passo in avanti è stato fatto negli anni 2006-2007 quando due ricercatori, Shinya Yamanaka e James Thomson hanno scoperto la possibilità di produrre cellule staminali simili alle embrionali, le cosiddette cellule iPS (Inducted pluripotent stem cells), riprogrammando cellule somatiche mediante l’introduzione di quattro geni, attivi solo nella vita embrionaria, e di piccole molecole. Recentemente la rivista Cell, ha pubblicato i risultati di una nuova ricerca che ha mostrato la possibilità di ottenere cellule iPS con l’addizione di un solo gene, il che significa una maggiore semplificazione e minori rischi legati alla produzione di cellule staminali.
    Lo stato dell’arte degli studi è stato oggetto di un simposio internazionale che si è svolto a Seoul dal 18 al 19 settembre 2008, le cui principali evidenze sono state riportate dalla rivista Regenerative Medicine nel gennaio 2009.
    Dal Simposio è emerso come gli studi sulle cellule staminali da fonti alternative siano particolarmente interessanti, sia dal punto di vista etico, in quanto non richiedono la distruzione di embrioni, sia dal punto di vista scientifico, perché le cellule di derivazione embrionaria hanno un potenziale cancerogeno, che ancora rappresenta il più forte argomento tecnico contrario al loro impiego terapeutico. La capacità di produrre cellule iPS, in particolare, rende possibile derivare un’ampia varietà di cellule staminali specifiche per diverse malattie.
    Gli autori ritengono che il rapido progresso tecnologico dovrebbe portare ad utili applicazioni terapeutiche entro una decina di anni, sostenendo peraltro che alcune di queste applicazioni saranno probabilmente basate sulla ricerca e sui prodotti derivati dalle cellule staminali embrionarie, benché le cellule iPS e quelle derivanti da tessuto adiposo, dall’amnion e dal liquido amniotico stanno emergendo sempre di più come alternative possibili e talvolta preferibili. Anche Yamanaka e Thomson nelle loro rispettive pubblicazioni sulla scoperta delle cellule iPS facevano la stessa puntualizzazione, raccomandando che non fosse abbandonata la ricerca sulle cellule staminali embrionali. Non si può escludere che studiare i meccanismi con cui le cellule staminali embrionali si regolano, permetterà di approfondire conoscenze scientifiche e, forse, di ottenere nuove terapie, ma questo argomento da solo non giustifica il fatto che una sperimentazione sia o meno lecita, come ci ha insegnato la storia anche recente di abusi sull’uomo in nome del progresso o dell’utilità per la società. La conoscenza può avvenire in molti modi e la scienza non è al di sopra del bene e del male, perché può utilizzare mezzi che contraddicono il suo fine, che è il bene dell’uomo.
    Oggi le coscienze di molti si ribellano alla constatazione che esseri umani appena concepiti, generalmente concepiti apposta per fini di ricerca nei laboratori scientifici, vengano “sacrificati” in nome del progresso e del bene della comunità, e che le cellule prelevate da essi possano essere commercializzate. Gli scienziati al simposio non hanno mancato di riconoscere che esistono delle contrarietà di natura etica, ma d’altra parte ritengono che non si possa fare a meno di proseguire su questa linea di ricerca. E così il valore della scienza prevale su ogni dubbio morale, anche gravissimo, che oggi riguarda la vita di esseri umani appena concepiti, messi in mano a scienziati e ad industrie farmaceutiche, come in passato ha riguardato altre categorie di persone, anche esse senza voce nella comunità umana.
    La questione delle cellule staminali embrionali non è in prima istanza un problema politico, come talvolta si legge su alcune riviste scientifiche, è un problema che interpella la coscienza di ogni uomo, e che dovrebbe far riflettere gli scienziati sul senso della loro missione, i genitori sul valore della paternità e della maternità, perché questi embrioni non sono figli di nessuno, e far ripensare ognuno di noi se realmente vogliamo far parte di una società in cui il bene del singolo possa essere sacrificato per quello della comunità.
    Dalla politica, poi, ci si attende che sia tutelata la pari dignità di ogni individuo umano e che, superando le logiche pragmatiche e gli interessi di natura economica, promuova in campo medico la ricerca che contribuisce al bene della persona umana, facendo da baluardo contro ogni forma di sopruso, perpetrato in nome della scienza.
    Il progresso scientifico va nella direzione in cui sono stanziati i fondi, e nuove conoscenze si acquisiscono nei settori dove investe l’industria biotecnologica e farmaceutica. La speranza è che i ricercatori abbiano la possibilità di continuare a studiare i meccanismi e le applicazioni terapeutiche delle cellule staminali di origine non embrionaria, che sembrano possedere un notevole potenziale per la cura di importanti malattie.

    TECNICA DI TRASFERIMENTO DEL NUCLEO CELLULARE

    Documenti

    Mettendo a confronto tutto ciò che è stato divulgato in questi anni, sia in trasmissioni radiofoniche che televisive di carattere scientifico, con lo stato dell’arte della medicina e della ricerca abbiamo notato, purtroppo aggiungerei, quanto poco si tratti  di malattie neurodegenerative e cellule staminali come possibile applicazione terapeutica. La grande potenzialità di riuscire ad alleviare le sofferenze e curare le malattie richiede che la ricerca venga in un primo tempo ampliata a tutta l’ampia gamma di possibili sorgenti di cellule staminali, inclusi gli embrioni.
    Non e’ un problema di tecnologia ma solo di conoscenza, di studio e di sperimentazione.