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IL DISAGIO MENTALE
Quali sono le cifre del disagio mentale?
Il disagio psichico, in Italia, riguarderebbe 10 milioni di persone e coinvolgerebbe una famiglia su due, almeno un quinto dell'intera popolazione nazionale. Questa ed altre cifre sono emerse durante la Conferenza Nazionale per la salute mentale, dal titolo "Se si può si deve", che si è tenuta all'Università la Sapienza di Roma nelle giornate del 10, 11 e 12 gennaio 2001, promossa dal Ministero della Sanità.
Una conferenza attesa da ben 22 anni da associazioni di familiari e operatori sul campo, da quando, infatti, fu emanata la famosa legge 180 per la riforma della assistenza psichiatrica, conosciuta anche come legge Basaglia, in omaggio al suo ispiratore. Un tema scottante, al punto che il 7 aprile sarà proclamata da parte dell'OMS (Organizzazione mondiale della Sanità) la giornata mondiale della salute mentale.
I dati forniti alla Conferenza di Roma sono, per certi versi, allarmanti. Il 70% degli ammalati sarebbero donne, anche molto giovani, visto che proprio nella adolescenza su 228 mila ragazzi ammalati 204 mila sono femmine. In generale sono individui colpiti da disturbi e malesseri di vario genere: il 37,8% ha disturbi della sfera affettiva, il 37,2 soffre d'ansia, il 5,8 somatizza il dolore psichico in varie malattie, il 3,6 non controlla i propri impulsi, il 3,5 per cento presenta disturbi del sonno.
Sofferenze di vario genere e intensità che hanno un enorme costo sociale. E economico. In Italia, infatti, ogni anno si spendono 314 miliardi in antidepressivi e 294 miliardi in antipsicotici, e ancora altri 412 miliardi in medicine che attutiscono disagi psichici. In totale una cifra pari al 10% dell'intera spesa sanitaria nazionale. Una enormità se si considera che la cura del cancro arriva al 6% delle risorse e la lotta alle patologie cardiovascolari raggiunge l'11%.
Ancora più inquietanti i dati che riguardano i suicidi. Complessivamente nel 1999 i suicidi sono stati 3 mila, mentre i tentativi di suicidio 3 mila 400. In lieve calo rispetto al 1998 quando i suicidi erano stati 3 mila 500 e altrettanti i tentativi. Ma anche in questo aspetto drammatico e definitivo tocca le donne e gli anziani. A ricorrere a questo gesto estremo di disagio sono nel 35% ultrasessantacinquenni, il 29% adulti tra i 45 e i 64 anni e nel 7% giovani tra 17 e 24 anni.
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Che cos'è la malattia mentale?
Ma come ci si può orientare in questo guazzabuglio di cifre e dati? Come si può operare un discrimine tra tante tipologie diverse di sofferenza e individuare la "vera" malattia mentale? Quand'è che la salute psichica entra in crisi e provoca guasti, magari irreversibili?
Purtroppo, nel nostro Paese, tutta la parte destinata alla prevenzione, o all'informazione sui sintomi delle varie patologie è molto carente. Gli ammalati di mente finiscono sui giornali o nei telegiornali solo quando sono protagonisti di fatti di cronaca, quasi sempre nera. E nonostante i progressi fatti dalla medicina e dalla riforma il disagio psichico è in aumento, specie fra gli adolescenti e i giovani. Recentemente, a Roma, si è tenuto il Congresso della Società italiana di Psicopatologia, che ha individuato un fenomeno in sensibile crescita, quello dei disturbi "bipolari" che consistono in frequenti e repentini sbalzi d'umore che a lungo andare danneggiano non solo la sfera delle relazioni sociali, ma anche quella della salute psichica. Non una malattia però. E quindi in questo oceano di disagio annegano varie forme di male e malati. Si va dai disturbi del comportamento alle crisi di panico, dall'ansia alla depressione, dalle psicosi alla schizofrenia. Un calderone di varia entità, gravità, intensità. Al punto che molti contestano le cifre ufficiali del Ministero sottolineando che nei 10 milioni sono compresi anche disturbi lievi, ansie non patologiche, riconducibili ai problemi di tutti i giorni. I disturbi più seri, infatti, riguarderebbero non più di 600-700 mila italiani.
Ma quali sono le malattie che colpiscono la salute mentale? L'OMS restringe la malattia mentale a quelle patologie di esclusiva competenza psichiatrica. Massimo Cozza è coordinatore della Consulta Nazionale di Salute Mentale, componente dell'Osservatorio sulla Tutela della Salute Mentale del Ministero della Sanità. Spiega Cozza: "Le patologie gravi riconosciute a livello internazionale sono la schizofrenia e le psicosi maniaco depressive. Sono i due poli forti della malattia mentale . Per malattia mentale dobbiamo usare un criterio che selezioni fortemente il livello di disagio. Quando questo provoca un'invalidità e un'impossibilità a vivere in maniera accettabile il proprio disagio si hanno le patologie gravi o gravissime".
Conferma lo psicoterapeuta Giampiero Di Leo, vicepresidente della Fenascop, che rappresenta 150 comunità terapeutiche in tutta Italia (Federazione nazionale strutture comunitarie psicosocioterapeutiche):"Le patologie gravi di stretta competenza psichiatrica, cioè trattabili e trattate esclusivamente dai Dipartimenti di salute mentale (D.S.M) riguardano l'uno per cento della popolazione, ma ancora oggi, per avere una diagnosi precisa di queste patologie bisogna riferirsi agli standard psichiatrici stabiliti dalla Organizzazione Mondiale della Sanità, che utilizza quasi esclusivamente criteri psichiatrici e non psicodiagnostici a orientamento psicodinamico".
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Dove vivono gli ammalati?
Con la chiusura dei manicomi, prevista dalla legge 180, e entrata in vigore molti anni dopo, secondo i dati del Ministero della Sanità al 31 marzo 2000 solo lo 0,5% dei pazienti era ancora in ospedale. Prima della chiusura degli Ospedali psichiatrici erano 78mila 500. Oggi si calcola secondo il primo censimento nazionale sulle strutture residenziali psichiatriche, realizzato dall'Istituto Superiore di Sanità, che circa 16 mila pazienti psichiatrici siano ospitati in 1370 strutture residenziali. Sono pazienti con età tra i 40 e i 59 anni, il 63% dei quali mai ricoverato in precedenza in un ospedale psichiatrico. Le 1370 strutture hanno una capienza di 17 mila posti letto, circa 12 posti per ognuna, tre quarti di queste offrono assistenza 24 ore su 24, il 78% è finanziata dal Servizio Sanitario Nazionale, il 10 da Enti locali, il 10 da finanziamenti misti e solo il 2% vive con pazienti interamente paganti. Il dato più inquietante che si rileva in queste strutture riguarda le dimissioni. Nel 1999 un terzo delle strutture non ha dimesso alcun paziente , un terzo ne ha dimessi solo due, e l'ultimo terzo più di due. " Se rimarrà un turn-over così basso" ha spiegato Giovanni di Girolamo, coordinatore del Progetto salute mentale dell'Iss, "e il numero dei malati tenderà a aumentare, sarà necessaria una estensione delle strutture". O un miglioramento delle terapie riabilitative.
Sempre le cifre ufficiali mostrano una rete di assistenza composta da:
695 centri di Salute mentale
481 centri diurni
257 day hospital
320 servizi psichiatrici di diagnosi e cura
1.056 strutture residenziali
1.132 punti ambulatoriali
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Dove è possibile curare le malattie mentali?
Ma la malattia mentale non va considerata, pur nella sua drammaticità come inguaribile o come elemento di pericolosità sociale tout-court. Fanno fede varie esperienze positive, spesso ignorate dalla cronaca. Così come restano ignorati i percorsi che possono essere praticati da chi ha un problema di salute mentale. Sul territorio nazionale, e proprio grazie alla legge 180 sono presenti i Dipartimenti di salute mentale, praticamente in ogni Asl (Azienda sanitaria locale). Normalmente quando ci si accorge di avere un familiare in crisi acuta è già troppo tardi. I medici di base, purtroppo, spesso non si accorgono del problema. E così il punto di partenza dell'ammalato e dei suoi familiari è l'approdo ai SPDC, Servizio psichiatrico di diagnosi e cura, presenti in tutta Italia negli Ospedali, nei quali viene diagnosticata la malattia e trattata, disponendo anche il trattamento sanitario obbligatorio. Al termine del trattamento, il malato psichico può, e deve, poter contare su un ventaglio di possibilità previste dalla legge. Le comunità residenziali, i day-hospital, le comunità terapeutiche. Molti giovani, infatti, possono recuperare e tornare alla vita più accettabile. Come testimonia l'equipe al lavoro alla Comunità Reverie di Capena, dove operano Roberto Quintiliani, Maria Ciambella, Nino Serio e Giampiero Di Leo. Difficile distinguere, tra i venti ospiti tutti di giovane età, chi e' l'ammalato e chi l'operatore.
Parallelamente al circuito pubblico esiste quello privato, al quale si accede se se ne ha la possibilità economica, ma non solo. Le case di cura private sono una settantina con 7 mila posti letto, spesso convenzionate con il servizio sanitario nazionale. Lo zoccolo duro si trova in Emilia Romagna, Lazio, Campania e Sicilia.
Comunità terapeutiche, residenzialità gestite sia dal pubblico che dal privato devono rappresentare la speranza per ammalati e familiari. Purtroppo, come sottolinea Massimo Cozza, mancano ancora operatori, sono 30mila e ne servono almeno 7 mila in più, e una formazione che investa sul personale, sulle strutture e sui dirigenti. Molto però si sta facendo grazie al volontariato, presente in modo sempre più crescente sul territorio.
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Quali sono le associazioni?
Grazie a uno studio della Fivol (Fondazione italiana per il volontariato) presentato proprio alla Conferenza , abbiamo una prima mappa delle associazioni di volontariato che operano nel campo della salute mentale. Curatore dello studio è il dottor Renato Frisanco. Sono 350 le associazioni che operano nel campo del disagio psichico, il 60% delle quali al Nord, e mobilitano più di 27 mila cittadini, tra volontari, soci e dipendenti. Un fenomeno in crescita, considerato che un terzo di queste associazioni è nato dopo il 1994. Il loro impegno principale consiste nel far pressione su Asl e Enti locali per far realizzare programmi sociosanitari e combattere il pregiudizio sulla malattia mentale sensibilizzando i cittadini. Il 90% di queste associazioni realizza un intervento sul disagio, il 66% ha attivato centri d'ascolto e consulenza, oltre il 52% si occupa del sostegno alle famiglie, e il 18% è coinvolto nella gestione di strutture residenziali diurne. Un ruolo importante, poi, le associazioni lo giocano nel reinserimento sociale, occupandosi nel 42% del tempo libero, nel 33% di programmi per la riabilitazione delle competenze dei malati e nel 23% del reinserimento lavorativo. Spiega Renato Frisanco responsabile dello studio Fivol: "La nostra indagine qualitativa ci ha fatto comprendere una cosa fondamentale. Tanti anni fa, all'emanazione della legge Basaglia erano solo associazioni di familiari a farsi carico del problema del disagio mentale, e spesso il loro era un confronto grave e polemico con le Istituzioni. Poi, con il passare degli anni le associazioni sono cresciute e hanno dimostrato che il percorso nel settore della salute mentale può dare ottimi frutti, tant'è che oggi le associazioni collaborano e rafforzano l'intervento del settore pubblico rispondendo ai bisogni del cittadino ammalato e dando risposte concrete al destino sociale delle persone".
A.R.A.P
Associazione per la riforma dell'assistenza psichiatrica
Fa parte della Fivol, ( Fondazione italiana per il volontariato) e aderente all'EUFAMI (European Association of Families of Mentally People) www.eufami.org
E' un'associazione di volontari, familiari di malati psichici sorta con lo scopo di sollecitare la correzione di alcuni punti della legge 180. Conta un migliaio di iscritti. Si pone il fine di garantire una concreta assistenza psichiatrica e di risolvere il problema della impossibilità di cura di un malato non consenziente. E' nata nell'aprile 1981, e ha sede in diverse città italiane:
Via Nomentana 91 (scalaD, int 50) 00161 Roma
Tel 06-8553804-06-8841311 (fax)
Via Zanardi 14 40131 Bologna
Tel 051-523794
Via S.Giuseppe 45 98076 Sant'Agata Militello (Messina)
Altre sedi a Cuneo, Trieste, Catania
www.arap.it
e-mail: arap@metacom.to
U.N.A.SA.M
Unione Nazionale delle Associazioni per la Salute Mentale
Si è costituita nel 1993 come Unione Nazionale attraverso un processo pluriennale di contatti, incontri e consultazioni democratiche fra tante realtà italiane. E' una aggregazione di associazioni e coordinamenti regionali con una vasta gamma di obiettivi, tra i quali quello di una efficace attività di prevenzione e diagnosi precoce nel campo della salute mentale a partire dalle scuole.
La Segreteria operativa è presso l'Istituzione Gianfranco Minguzzi
Via Sant'Isaia 90 40123 Bologna
051-524117-521268 (fax)
www.Unasam.it
A.RE.SA.M
Associazione Regionale Salute Mentale
Composta da familiari, utenti, e volontari che promuove iniziative per prevenire e curare il disagio psichico attraverso il superamento di ogni forma di esclusione sociale. L'A.RE.SA.M ha avuto una funzione determinante per la realizzazione di Consulte dipartimentali per la salute mentale, l'apertura nel Comune di Roma di 25 centri diurni per seguire circa 800 giovani con sofferenza psichica. Pubblica un bollettino bimestrale molto interessante.
Via Tor di Nona 43 00186 Roma
Tel-fax 06-6877925
Email: aresam@tiscalinet.it
DI.A.PSI.GRA. italiana
Associazione Difesa Malati Psichici Gravi
Operativa dal 1981, anno in cui la riforma psichiatrica introdotta dalla 180 non dava risposte adeguate alle famiglie degli ammalati mentali. E' nata per iniziativa della dottoressa Anna Rosa Andretta. Nel 1997 ha partorito un braccio operativo, la Onlus Nomadyr, che si occupa di riabilitazione dei pazienti in modo innovativo. A sua volta Nomadyr ha prodotto la comunità riabilitativa e residenziale Helios, 10 posti in una villa nella campagna romana. Conta duemila iscritti.
Sede nazionale Via del Mancino 16 a 00187 Roma
Tel 06-69923855-699924239 (fax)
www.nomadyr.it/diapsigra
e-mail: diapsigra@nomadyr.it
FENASCOP
Federazione Nazionale Strutture Comunitarie Psicosocioterapeutiche
Riunisce 150 comunità su tutto il territorio nazionale. Con tre sedi contattabili da utenti del Nord-Centro-Sud
Sede di Varazze Savona
Via XXIV aprile 30
Tel 0199 30651
Dott. Giovanni Giusto
Sede di Roma
Via Moncenisio 20
Tel 06 8177417
Dott. Giampiero Di Leo
Sede di Catania
Via Monfalcone 3
095 376498
Dott. Nicola Romano
Inoltre ecco alcuni indirizzi utili per chi volesse approfondire il tema navigando:
Consulta nazionale per la Salute Mentale
http://utenti.tripod.it/cozzamlindex.htlm
Di grande interesse, costantemente aggiornato è di ottima consultazione. Contiene le ultime notizie, i fatti e misfatti di eventi nazionali, manifestazioni e fatti di cronaca nell'ambito della salute mentale. Ha una lista di link utili che portano indirizzi utili e normativa.
Psychiatry On Line Italia Pol-it
http://www.Pol-it.org/ital/current.htm
Per chi volesse approfondire il campo più scientifico, comunicando su tematiche che spaziano dalla discussione dei casi clinici alle comunità terapeutiche. Link utili per approfondire le diverse malattie. Ci si può collegare con le riviste più accreditate come i "Quaderni di Psichiatria".
Psychomedia
http://www.psychomedia.it/index.htm
Cura in maniera particolare il rapporto con i media. Su ogni tematica scientifica di salute mentale offre articoli, congressi, link utili. Pubblica recensioni e commenti di editoria scientifica.
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Le storie
Chiamiamola S. E' una bella, anzi bellissima ragazza di buona famiglia. Papà dottore. A 18 anni comincia a cambiare umore. Si incupisce, si chiude in se stessa, non esce più, delira, si eccita, parla e ride da sola, sente le voci. Diagnosi: schizofrenia. La famiglia prova a gestire la situazione prendendo in affitto un appartamentino adiacente, perché S. non ha più orari, sta sveglia di notte, dorme di giorno, lascia acceso il gas, la tivù. Nell'appartamentino, nonostante il controllo costante dei familiari, però non va meglio. S. porta in casa persone, uomini, e un bel giorno si scopre che S. è incinta. La famiglia si occupa del bambino che nasce. Tenta in ogni modo di farla entrare in comunità, S. non vuole e, nel frattempo, rimane incinta per la seconda volta. Questa volta però il bimbo viene dato in adozione. La famiglia produce denuncie, esposti, è un avanti e indietro tra posti di polizia, trattamenti obbligatori in ospedale. Un calvario che trova uno sbocco quando un giudice ne dispone il ricovero in una comunità terapeutica. S. viene curata, trattata farmacologicamente e terapeuticamente. Migliora. Viene inserita in una casa famiglia dove non resta mai sola. Ora non è più una ragazzina, ha 40 anni e sa di avere una figlia che non ha mai conosciuto. Forse tanta sofferenza si sarebbe potuta evitare. Se solo si fosse intervenuti prima. (testimonianza raccolta all'ARAP)
M. è una giovane donna con un triste passato. Una violenza subita da ragazzina da parte del padre che poi si scoprirà patrigno. Dopo due gravissimi tentativi di suicidio alle spalle approda alla Comunità terapeutica. L'approdo, però non è facile. M. ha tentato di uccidersi buttandosi da una finestra. E per le fratture riportate passa tre mesi in clinica. Tre mesi nascosta sotto una coperta, rifiutando i contatti col mondo esterno. Una operatrice che va a trovarla riesce a instaurare un rapporto con lei. Pian pianino conquista la sua fiducia e a farle accettare l'idea della comunità. I primi mesi sono duri. M. delira, ha allucinazioni, crisi erotiche, di onnipotenza. Con l'aiuto della terapia poco alla volta gli spazi del delirio vengono ristretti a momenti sempre più piccoli. M. comincia a partecipare alla nuova vita, fa la cuoca, aiuta in cucina, dopo due anni è pronta per tornare alla vita esterna. L'impatto con la città, però la fa regredire e torna in comunità. Sempre seguita dal servizio sanitario che crede fortemente nelle sue possibilità. E difatti M. riesca a ritagliarsi un ruolo di segretaria in comunità. Lavora, si sa gestire. Viene inserita in una residenza decentrata e si occupa di un appartamentino nel quale vive in maniera autonoma. Gestisce sempre meglio il suo disagio al punto che frequenta un corso regionale di florovivaistica. In poche parole oggi M. è come rinata. (testimonianza raccolta nella Comunità Reverie)
L. ha 51 anni. E' una paziente grave. Viene ricoverata a 20 anni in manicomio, al Santa Maria della Pietà di Roma, portata dalla forza pubblica dopo l'ennesima crisi nella quale ha picchiato la mamma. Per molti anni vive con le sue compagne di sventura in quelli che non esistono più, i reparti dove il malato grave viene legato al letto, sedato. Per trent'anni circa la sua vita è, alla pari di tante altre ricoverate quella di un essere senza futuro. L. vive tutta la parabola della psichiatria, dall'essere una matta trattata come si faceva un tempo, fino ad essere una paziente, una malata di mente con i suoi diritti: grazie all'applicazione della legge 180 L. viene "dimessa" con altre quindici compagne di sventura, ora ospiti di una casa convenzionata , una struttura che ospita solo donne tra i cinquanta e i sessanta anni alle porte di Roma. Qui non ci sono più grate, né letti di contenimento. Ognuna ha il suo letto, l'armadietto personale, una vita che prevede anche le uscite giornaliere, la passeggiata, il caffè al bar, il parrucchiere. L. è assistita con amore dalle due infermiere, dalla dottoressa, dalle volontarie tirocinanti in psichiatria. L. però è tra quelle (poche) che non escono. Ma potrebbe farlo, se ne avesse voglia, le porte, i cancelli sono aperti. Il dato importante, che sottolinea la sua dottoressa è uno: fino ad oggi, in cinque anni, L. non ha mai avuto bisogno di un trattamento sanitario obbligatorio. E' un bel passo avanti, rispetto agli anni bui, fatti di manicomio, cinghie, e tutto il resto. (testimonianza raccolta a Villa Alda)
S. ha 17 anni. Presenta problemi fin dall'età di tre mesi, quando viene portato dal pediatra a causa del mancato controllo del capo e difficoltà nel prendere gli oggetti. Inoltre, S. mangia e dorme poco. A otto mesi, viene ricoverato e gli viene diagnosticata una "sindrome ipotonica, con atteggiamenti distonici e mancata acquisizione degli schemi posturali".
Più tardi, all'asilo, è irrequieto e fastidioso e appaiono le prime difficoltà nel linguaggio. Un programma di logopedia sembra dare qualche risultato. A quattro anni, S. viene inserito in scuola comunale con sostegno, a sei frequenta la I elementare. Il bambino ha grosse difficoltà nell'apprendimento, aggravate dal fatto che l'insegnante di sostegno viene cambiato ogni due mesi. Solo in III elementare, e solo per tre/quattro mesi, grazie ad una insegnante di sostegno con formazione specifica, S. mostra notevoli miglioramenti. Ma perduto di nuovo il rapporto con questa insegnante, il ragazzo regredisce di nuovo, manifestando un comportamento "turbolento". Anche alle medie, S. incontra un insegnante di sostegno che si guadagna la sua amicizia e che lavora con regolarità sull'apprendimento. S. frequenterà le scuole fino alla III media. In seguito, S. frequenta un'associazione per circa due anni: piscina ed ippoterapia. Tuttavia, sta sempre da solo, senza la possibilità di socializzare con coetanei. Dal punto di vista cognitivo, nei settori più legati alla quotidianità, e quando il bambino è più tranquillo dal punto di vista emotivo, le capacità di integrazione delle competenze sono presenti "in modo sorprendente". Da punto di vista affettivo-relazionale, sembrano ormai essersi strutturate marcate "problematiche depressive sintomatologicamente espresse con atteggiamenti di sfida..., chiusura caratteriale con idee vittimistiche, isolamento, rifiuto di ogni investimento nello studio, perdita di ogni "speranza" di essere "normale". S. cerca il rapporto con l'adulto per essere accettato e capito nel suo star male, chiede aiuto e teme di non essere compreso. Sembra "costantemente preso dal problema di sentirsi "diverso", di non essere capace, e "spesso si comporta come un bambino ritardato". Il suo rapporto con i coetanei è conflittuale; il ragazzo teme ogni confronto ritenendosi già perdente in partenza.
Il quadro diagnostico appare grave, tuttavia, attraverso un approccio integrato, sarebbe possibile prevenire la strutturazione di un nucleo psicopatologico definitivo. Mentre il trattamento si rivela poco efficace, all'interno del nucleo familiare la sua situazione comincia a farsi sempre più problematica; S. si trova imbrigliato in una situazione conflittuale interna che sfocia facilmente in atti di auto ed etero aggressività. La famiglia, in particolare la madre, con la quale S. ha un rapporto privilegiato, viene sottoposta a una pressione crescente. Genitori ed operatori dei servizi giungono a ritenere opportuno un ingresso del ragazzo in una Comunità.
Alla sua entrata in Comunità, S. mostrava una marcata tendenza all'isolamento; le sue interazioni con gli altri membri del gruppo erano praticamente nulle; il ragazzo appariva intimorito, goffo, rallentato nell'ideazione e nel movimento; forniva una sensazione di fragilità estrema, sia emotiva che fisica. Le conversazioni con lui finivano per lo più con il vertere su problemi connessi al consumo di sigarette, fonte per lui di ansia, di continue trattative con i genitori (e poi con gli operatori) e di angoscia (soprattutto quando queste gli si "spezzavano" in bocca). Non mancavano tuttavia i momenti in cui S. manifestava un pensiero più ricco e vivace, una certa consapevolezza della gravità della propria situazione e della necessità di svolgere un programma terapeutico.
Un aspetto importante da segnalare sono le dismorfobie di S., legate a presunti "segni" e modificazioni sul viso. Durante tali crisi è facile che S. prenda a graffiarsi, per poi vergognarsi molto di quegli ulteriori segni. Il ragazzo comunicava spesso di sentirsi solo, di sentire la mancanza di amici, il desiderio di essere "uguale" agli altri, la sua paura di essere considerato "diverso" o "handicappato". In Comunità, unico suo riferimento significativo, per un lungo periodo, è stato quello con il suo operatore di affidamento. Successivamente, ha stretto un certo rapporto con un giovane obiettore di coscienza. Col tempo, comunque, S. ha mostrato segni di apertura verso gli altri, di maggiore disponibilità all'interazione.
Talune attività, come il disegno e la palestra, S. le svolge piuttosto volentieri. In particolare, la palestra è per lui anche un possibile luogo di socializzazione. Ama anche trattare materiali semplici (carta, bastoncini ecc.) con cui effettua delle composizioni non prive di coerenza e di un certo infantile umorismo.
Fin dall'inizio, da parte della sua famiglia sono arrivate pressioni perché il figlio "facesse" il più possibile: palestra, scuola, laboratori, ecc. Tali pressioni rivelavano una forte ansia ed erano collegate ad una critica, più o meno esplicita, sul nostro operato, segnalatoci come insufficiente. Inoltre esse mettevano in luce anche una certa ambivalenza nei nostri confronti: il figlio, bisognoso di cure, ci veniva affidato da un lato con un'attesa quasi magica di risoluzione del suo problema, dall'altro con una svalutazione più o meno aperta del nostro operato, avvertito come inadeguato.
Durante un recente incontro familiare, i genitori ci facevano rilevare come, dalla sua entrata in comunità, accanto ad alcuni "miglioramenti", S. abbia manifestato anche alcuni netti "peggioramenti": la tendenza ad allontanarsi da casa da solo, quasi sempre per cercare sigarette; lo stare a tavola in maniera più ansiosa del solito; l'accentuarsi dell'ossessione delle sigarette; l'esplicitarsi di una aggressività più marcata.
Inizialmente, il programma concordato in comunità stabiliva che S. andasse a casa tutti i venerdì, dopo il Gruppo terapeutico, per ritornare il lunedì successivo prima dell'assemblea, a mezzogiorno. Dietro pressione del ragazzo, però, successivamente si è deciso di anticipare il suo rientro a casa al giovedì pomeriggio. L'impressione era però che a casa S. sperimentasse un'ansia maggiore che in comunità. I programmi stabiliti per le sigarette non venivano mai rispettati, nascevano frequentemente situazioni di aperta conflittualità con i genitori.
Dopo i suoi fine settimana a casa, S. sembra regredire, manifestando tristezza, nostalgia della madre, una certa dose di vittimismo e desiderio ostinato di interrompere il programma. Anche le visite dei genitori durate la settimana (il giovedì) diventano occasione per comportamenti fortemente regrediti, e per il manifestarsi di ansia incontenibile ed aggressività. A questo proposito, nella relazione scritta al servizio, accennavamo alla necessità che il servizio si attivasse per un programma di sostegno durante le sue visite a casa.
Dopo il soggiorno estivo, durante il quale S. ha mostrato una maggiore propensione all'interazione con altri membri del gruppo, una minore ansia ed una diminuita richiesta di contatto con la sua famiglia, e che ha visto rafforzarsi il suo legame con l'operatore di affidamento, si è deciso, sempre d'accordo con i genitori, di prolungare la sua permanenza in comunità fino al sabato mattina. In questo modo, si pensava, egli avrebbe avuto maggiori possibilità di integrazione con il gruppo e di consolidare il suo rapporto con la comunità. D'altro canto, ci sembrava che il momento fosse maturo: infatti, la sua ansia sembrava diminuita, il suo umore più stabile e migliorate sensibilmente le interazioni con gli altri ragazzi. Anche il programma sigarette (che ora prevedeva la distribuzione delle sigarette da parte dell'operatore, una ogni ora) sembrava essere vissuto più serenamente, almeno in comunità. Da sottolineare, inoltre, che il periodo che va da settembre ad ottobre ha visto S. iniziare un dialogo, ora timido, ora conflittuale, con il padre. Questo sembra non essere irrilevante, considerando che in famiglia S. ha sempre avuto un rapporto esclusivo con la madre ed un atteggiamento di chiusura, venata di forte ostilità, nei confronti della figura paterna. Anche in Comunità, soprattutto inizialmente, S. ha mostrato una certa propensione all'interazione con operatori di sesso femminile, in particolare, con una operatrice che lui dichiarava somigliare molto alla madre.
In questa fase, nei confronti del suo operatore di affidamento, S. passa facilmente da atteggiamenti di amore esagerato, a momenti di forte timore, a momenti di sfida, di aggressività verbale e di svalutazione. Allora dichiara di voler cambiare operatore di affidamento per passare ad una operatrice che somiglia molto a mamma. Nei suoi momenti oppositivi, S. rifiuta di svolgere i compiti assegnatigli ("non sto qui a fare lo schiavo") e alcuni appuntamenti di gruppo; e alla frustrazione delle sue richieste reagisce rabbiosamente, per poi allontanarsi imprecando.
Questa fase è culminata in due tentativi di fuga, in seguito alle quali si è deciso di operare una breve sospensione e di farlo tornare a casa anticipatamente. Tale sospensione ha scatenato le critiche preoccupate del servizio, quelle rabbiose del padre, quelle più sfumate della madre. Nella penultima visita domiciliare effettuata dall'operatore di affidamento, S. chiedeva ostinatamente il ricovero ed appariva molto arrabbiato e confuso. La sua rabbia era diretta ora contro la comunità, ora contro la madre, ora contro il padre. Uno dei motivi addotti per sostenere la sua richiesta di ricovero, oltre a quello di non poter stare in una comunità dove nessuno si prende cura di lui, è che così la mamma lo sarebbe potuto andare a trovare tutti i giorni. In seguito alla seconda visita domiciliare, si rasserena e decide di rinunciare al ricovero e di rientrare in comunità. (testimonianza redatta dal dott. Roberto Quintiliani, comunità Reverie-Capena)
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