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L'ALCOLISMO
La dipendenza dall'alcol
Una delle forme di dipendenza più subdole e pericolose è quella da alcol. Da alcuni anni l'Eurispes (www.mix.it/eurispes/cat.htm) pubblica costantemente dei dati che dovrebbero allarmare. Nell'ultima indagine "Fuori dall'alcol", del maggio 2000, si legge che in Italia il consumo d'alcol ha raggiunto livelli altissimi. Solo nel 1999 ne sono stati consumati 47 milioni di ettolitri, tra vino e superalcolici.
Gli alcolisti, cioè quelle persone che abusano dell'alcol e sviluppano una dipendenza da esso, sono stimati in un milione e mezzo. Aumentano vertiginosamente (tre milioni e mezzo), tenendo conto di quanti cedono al vizio diverse volte al mese, pur non abusando quotidianamente, e sono in gran parte giovani, i cosiddetti bevitori da fine settimana.
Si legge nel rapporto Eurispes: "L'alcol è una droga in tutto e per tutto, ma non viene trattata come tale, dal momento che la sua produzione e la vendita sono legali, vengono pubblicizzati i prodotti, ma taciuti gli effetti di un cattivo uso di queste bevande". Esempio tipico ne sono gli spot pubblicitari sugli alcolici, consentiti (mentre sono vietati quelli che riguardano le sigarette) e ammiccanti. Chi consuma alcool viene descritto come vincente e grintoso. Esiste un'insopportabile copertura e tolleranza sociale per il bere, mentre chi ne abusa in realtà è perdente e sconfitto. E a farne le spese, negli ultimi anni, sono purtroppo le categorie più deboli. I giovani, ma anche e soprattutto le donne.
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L'abuso di alcolcolici è diffuso anche tra le donne?
Le donne che abusano di alcolici rappresentano il 29,63% del campione. Sono disoccupate, casalinghe, sole, separate o vedove, depresse, che hanno iniziato a bere a casa propria perché "incomprese". Ma molti operatori sostengono che il fenomeno stia assumendo altri confini: donne in carriera e professioniste che cedono al bere perché vittime di "una falsa emancipazione", come spiega Pino Maranzano della associazione di lotta all'alcolismo Aliseo, che ha in cura non solo casalinghe, ma anche donne con professioni di rilievo. Alcuni indicano come predominante nella donna, nel determinare un abuso di alcol, la motivazione psicologica, legata al ruolo sessuale e alle funzioni fisiologiche. Spesso e volentieri le donne che abusano di alcol sono donne, purtroppo, anche sessualmente abusate.
Sempre secondo i dati Eurispes le donne non occupate cominciano a bere per depressione, 24,1%, o per solitudine, 18,5%. Bevono principalmente da sole, 50%, per affrontare situazioni difficili, 22%, per stare meglio con gli altri, i1 8%, o per rilassarsi, 16,7%. Molto spesso, però, le donne frequentano l'alcol dopo essere state lavoratrici, mamme, mogli, amanti, per anni e anni. Le donne si riempiono di alcool per colmare un vuoto, affettivo e sociale. Ricorrono all'alcol per essere più coraggiose e disinibite, lo fanno sempre perché un problema più grande e più intimo le spinge. L'alcol è solo l'esplosione finale di un disagio che si innesca in un contesto nel quale la donna non riesce a trovare sfogo. Le donne che bevono, lo fanno quasi sempre da sole.
Vero è, come sottolineano gli psicoterapeuti Fabrizio Fanella e Roberta Fedi, della associazione La Promessa, che il "vizio" di bere nelle donne, è fonte di maggiore riprovazione e vergogna, e implica una "riprovazione" sociale maggiore rispetto ai comportamenti maschili. Dice Fabrizio Fanella: "Se lo stereotipo vuole il maschio bevitore perché capace di reggere, quello femminile invece etichetta la donna bevitrice come una poco di buono". Tout-court. Conferma Ennio Palmesino, presidente A.I.C.A.T (Associazione italiana dei club degli alcolisti in trattamento): "Noi dovremmo trovare nei nostri Club almeno un 40 per cento di donne e invece sono molto meno. Noi chiediamo a tutta la famiglia di frequentare i Club e la donna sposata, che spesso beve di nascosto, non vuole o non può coinvolgere marito e figli nel trattamento".
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Quali sono i danni provocati dall'alcol ?
Che l'abuso di alcol faccia male è verissimo e vale sia per gli uomini che per le donne. In Italia muoiono 30 mila persone per questo motivo, 15 mila per cirrosi epatica, 3.500 per carcinoma all'esofago, 3.000 per incidenti stradali e altri 8.500 per altre cause "alcol-correlate". Rispetto all'uomo, la donna comincia a bere in un'età più avanzata, ma a causa di fattori fisiologici, che rendono l'organismo femminile più vulnerabile, il processo di intossicazione avviene più rapidamente.
A parità di statura il corpo delle donne contiene una minore quantità di acqua rispetto agli uomini, e dopo aver bevuto un'uguale quantità di alcol le donne raggiungono una più alta concentrazione di alcol nel sangue rispetto agli uomini. Anche la funzione degli ormoni gioca un ruolo importante, durante il periodo premestruale e mestruale le donne risultano più suscettibili ai rischi dell'alcol, che funziona, secondo una concezione illusoria, da calmante-rilassante e da antidolorifico. L'alcolismo femminile, sempre secondo gli psicoterapeuti de La Promessa, presenta un tasso di mortalità dal 50 al 100 per cento più alto rispetto all'alcolismo maschile.
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E' diffuso l'abuso di alcolici durante la gravidanza?
Capitolo drammaticamente tutto al femminile è quello dell'abuso di alcolici in gravidanza ed anche in allattamento. L'alcol, infatti, attraversa la placenta e raggiunge il feto, nel quale si possono riscontrare quantità di alcol simili a quelle presenti nel sangue materno. Stesso meccanismo avviene attraverso il latte materno.
I danni provocati al feto per un consumo eccessivo di alcolici dipendono dalla quantità di alcol ingerito giornalmente e dal periodo della gravidanza. Un'assunzione smodata nei primi tre mesi provoca danni gravissimi o aborti. Se l'abuso avviene dal secondo semestre in poi, ci potranno essere malformazioni, ritardi nella crescita del feto o complicanze durante il parto. Ma anche le donne che hanno abusato prima di una gravidanza possono correre rischi. Le donne che intendono affrontare una gravidanza e hanno un passato di etilisti devono parlarne con i propri medici. Oltre che astenersi dal bere.
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Come si esce dalla dipendenza da alcol?
Uscire dalla dipendenza da alcol non solo si deve. Si può. Rivolgendosi a medici, amici, parenti o associazioni di volontariato. Un dato Eurispes, che riguarda gli ex alcolisti, è estremamente importante. Il 75 per cento di quelli che ce l'hanno fatta ne sono usciti grazie alle associazioni di volontariato, seguono poi amici, parenti e medici. Una molla importante per uscire dall'alcol è quella della famiglia, degli affetti, dei figli. E anche qui un ruolo importantissimo lo gioca la donna. Spesso la moglie, la madre o la figlia di un alcolista è determinante nella scelta di farlo smettere. Se è essa stessa alcolista ha maggiore costanza negli incontri con i terapeuti, si impegna di più, rispetto ai maschi, nella volontà di ricominciare. Se è moglie o mamma è determinante nello spingere marito o figli a entrare in terapia.
Accanto all'associazione più antica e famosa d'Italia, Alcolisti Anonimi, esiste un'altra associazione fondamentale, la Al-Anon, frequentata e composta da familiari di alcolisti. E per i figli più piccoli esiste Alateen a conferma che il bere crea problemi non solo a chi ne abusa, ma anche all'intera famiglia, che vive un disagio non indifferente e che per questo paga prezzi altissimi.
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Quali sono le associazioni?
Alcolisti Anonimi
Via di Torre Rossa, 5 - Roma
Tel 06-6636620
www.alcolisti-anonimi.it
E' l'associazione più anziana d'Italia risale al 1972, mutuata dalla più nota esperienza americana che ha 65 anni. E' presente in tutta Italia ed è suddivisa in 18 zone, circa 450 gruppi. Si fonda su una regola prima di tutto, l'anonimato dei partecipanti. Per frequentare le sedi di A.A basta volerlo, senza dichiarare nome o professione. Non costa nulla. Tutti gli esponenti dell'associazione sono ex alcolisti che garantiscono comprensione e solidarietà. Il programma si basa sulla teoria dei 12 passi che l'alcolista deve fare per riappropriarsi della vita. Non ci sono obblighi di frequenza e per un primo approccio basta la telefonata allo 06-6636620, il centralino di prima assistenza che risponde tutti i giorni.
Gruppi Familiari Al-Anon
Via Fantoli, 10
20123 Milano
02-58018230
http://www.al-anon.it
Chiunque condivida l'esistenza di un alcolista vive in uno stato di disagio, ansia e vergogna. I gruppi familiari che fiancheggiano Alcolisti Anonimi sono nati in Italia nel 1976 e hanno circa 400 gruppi sparsi su tutta la Penisola. Sono autonomi da Alcolisti Anonimi e possono essere frequentati da tutti coloro i quali hanno un parente o amico alcolista.
E' in funzione un centro d'ascolto che risponde allo 02-504779 dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 12 e dalle 14 alle 18.
A Bari in Marzo gli Al-Anon festeggeranno i 25 anni di esistenza.
Associazione La Promessa
Ente ausiliario Regionale, associazione per lo studio, la prevenzione e la cura dell'alcolismo e delle dipendenze.
Via Catone, 21
00192 Roma
Tel 06-39739106-46
www.romacivica.net/lapromessa
Nasce nel 1994 sotto forma di studio associato degli psicoterapeuti Fabrizio Fanella e Roberta Fedi per intervenire sul recupero degli alcolisti. Oggi si occupa anche degli altri disturbi compulsivi (droghe, farmaci e gioco d'azzardo). L'associazione si occupa di ricerca, prevenzione, formazione e trattamento. La filosofia di base è mutuata dal contatto con gli Alcolisti Anonimi e applica il metodo Minnesota, praticato con successo nei paesi anglosassoni. La terapia si basa su colloqui preliminari, 4 settimane intensive e 6 mesi di mantenimento. La percentuale di successo a un anno di distanza è del 70 per cento dei casi.
A.I.C.A.T Associazione Italiana dei Club degli Alcolisti in Trattamento
Piazza de Marini, 3/75
Genova 16123
Tel 010-2469341 (mattina)
www.aicat.net
info@aicat.net
La realtà associativa dei 2289 Club diffusi in tutte le regioni si fonda sui principi di aiuto ispirati dal professor Vladimir Hudolin, membro dell'Organizzazione Mondiale della Sanità morto nel 1996.
I Club sono composti al massimo da 12 famiglie, attualmente ce ne sono 20.000 in trattamento. Si riuniscono una volta a settimana sotto gli occhi di un servitore-insegnante, le riunioni hanno regole ferree ma semplici, non fumare, iniziare e finire puntuali, frequentare regolarmente usando riservatezza sui temi trattati. Non sono previsti osservatori esterni, e l'efficacia dei trattamenti è stimata attorno al 70-75 per cento dei casi.
Aliseo Associazione di lotta all'alcolismo
Via Giolitti, 21/A
Torino
Tel 011-8142721
www.arpnet.it/abele/accogl_aliseo.htm
abele_aliseo@libero.it
Fa parte del Gruppo Abele e nasce nel 1987 come realtà di accoglienza, trattamenti, ricerca e informazione sull'alcolismo. Si occupa di persone e non alcolisti tout-court
Puntando al riequilibrio delle persone con problemi la famiglia e il contesto sociale. Dal 1992 gestisce una comunità in una cascina nel comune di Roletto che funziona come comunità diurna. In un anno si rivolgono a Aliseo circa 3500 persone (30% donne), in un anno sono state seguite 250 persone.
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Storie di donne alcoliste
Stefania arriva in comunità all'età di 43 anni. Il padre è vivo, la madre, anche lei alcolista è morta da alcuni anni. Stefania si è sposata a vent'anni con il fidanzato che ha conosciuto quando ne aveva solo 14. A 22 anni ha avuto una figlia. All'età di 25 anni comincia a bere in modo smodato. Nonostante la dipendenza da alcol lavora come impiegata, anche se rischia più volte di perdere il proprio lavoro per inadempienza. Viene ricoverata molte volte per disintossicarsi con risultati fallimentari. Si deteriorano i rapporti familiari e con gli amici. Stefania si isola sempre più e l'alcol le serve a coprire profonde angosce personali. La convincono a frequentare un Centro alcolisti in trattamento ma Stefania è molto discontinua. L'operatrice che la segue instaura un buon rapporto e le propone l'inserimento in una comunità. Stefania accetta e dopo 4 mesi , aiutata da un riavvicinamento con marito e figlia, torna in famiglia. Non beve più. (testimonianza del gruppo Aliseo).
"Mi chiamo Margherita e sono un'alcolista. Anche se non bevo più da alcuni anni voglio sempre definirmi così perché la mia malattia la posso combattere solo con la sobrietà, basterebbe una semplice ricaduta, un solo bicchiere di alcol per ripiombare nell'alcolismo. Ho cominciato a bere a 18 anni. Adesso che ne ho 45 posso dire che il mio approccio con l'alcol è stato da subito anormale, bevevo per nascondere la mia insicurezza. Il bicchiere in una mano e la sigaretta nell'altra per sentirmi più donna, più sciolta. Di famiglia benestante ho avuto un'infanzia felice, un'adolescenza trascorsa tra l'affetto dei fratelli e genitori. La mia carriera di bevitrice è cominciata tra alti e bassi. Pensavo di essere una donna forte, equilibrata, soprattutto capace di controllare il proprio bere. Spesso non bevevo per lunghi periodi, fino a che la maschera è caduta. Sono diventata un'alcolista solitaria, iniziavo a bere di sera prima di cena, di nascosto per poi ritrovarmi in un letto ubriaca. L'ansia, i sensi di colpa, la paura, il panico, i cambiamenti d'umore, la depressione mi divoravano. Sono certa che è stato l'amore per mio marito, per i miei figli e per la mia famiglia che mi ha dato la forza di rendermi conto in quale tunnel cieco mi ero incamminata. Ho iniziato la mia sobrietà presso l'Associazione La Promessa. Ora seguo i gruppi di Alcolisti Anonimi, seguo il programma e giorno per giorno sono felice di rimanere sobria". (storia raccolta a La Promessa)
"Mi chiamo Sabina e sono un'alcolista...quanto vorrei che questa testimonianza penetrasse in tutti i conventi di religiose e religiosi . La Chiesa dice :"Aprite le porte a Cristo". Io vorrei dire loro: "Aprite i vostri cuori, spalancate i vostri portoni perché una soluzione esiste: Alcolisti Anonimi"...Sin da piccola mi è mancato l'affetto dei miei genitori. Ero l'ultima di quattro figli. Mio padre morì a 35 anni di alcolismo quando ne avevo due. Fui allontanata da mia madre e messa in collegio. Ricordo di non aver mai avuto amici, mi sentivo sempre sola ed ero molto triste...A sedici anni sentivo in me qualcosa di strano che non sapevo esprimere; volevo farmi suora, ma non monaca, sentivo che Dio mi chiamava e provavo un desiderio indescrivibile di darmi a Lui. Con l'aiuto del mio direttore spirituale mi recai nella casa provinciale di suore, dove mi accolsero affettuosamente. Mi diplomai come infermiera professionale, indossato l'abito religioso fui trasferita in un ospedale in Sicilia. Ero felicissima di curare gli ammalati, ma dopo poco tempo cominciò per me una vita d'inferno. Non ho mai cercato la causa del mio alcolismo, però ho iniziato a bere da suora. Bastarono pochi bicchierini di fernet, consigliati da una paziente per il mal di stomaco, per dare il via a un lungo calvario. Bevevo perché mi sentivo inferiore alle mie consorelle, perché ero timida, perché dovevo cantare in chiesa...". (testimonianza pubblicata da A.A per le donne)
"Sono Annalisa, una donna non più. La mia adolescenza è trascorsa all'insegna della spensieratezza, mi sono sposata molto giovane e sono diventata mamma. Il mio matrimonio è stato un disastro, avevo un marito che tutto era, tranne che un compagno, la maternità poi mi ha ulteriormente responsabilizzato. Non essendo soddisfatta del mio ruolo, frequentai la scuola magistrale, per accedere al corso di "Infermiera Professionale". Le mie giornate erano veramente faticose: lavoravo fuori, accudivo la mia famiglia e studiavo. Dopo il diploma e relativo concorso fui assunta in ospedale, dove ancora oggi lavoro come dipendente stimata e gratificata. Mio figlio nel frattempo cresceva senza problemi, si è laureata senza nessuna difficoltà, la nostra vita trascorreva in modo piatto ma tranquillo, covavo sempre la mia insofferenza. Io e mio marito vivevamo separati in casa, ciascuno di noi aveva i suoi interessi e le sue amicizie. Ho iniziato a bere come tutti, alle feste, alle cene, l'aperitivo al bar. Le dosi di alcol che assumevo divenivano sempre più massicce, in casa tutti erano a conoscenza di questo mio comportamento, ognuno di loro cercava di farmelo notare, ma non volevo riconoscere di essere diventata una alcolista.
Mio marito, durante quel periodo, era molto arrabbiato. Mi mortificava, mi insultava e spesso evitava di portarmi alle cene in casa di parenti per non incorrere in brutte figure. Dopo 33 anni di matrimonio, ricevetti una telefonata da una donna, che si presentò come la nuova compagna di mio marito. Nel giro di pochi mesi, si trasferì in un'altra casa. Mio figlio, contemporaneamente, decise di andare a convivere con la sua ragazza. Da un giorno all'altro mi ritrovai sola e disperata. La reazione a tutto questo aumentò la mia voglia di autodistruzione. In pochi mesi ero arrivata a bere una bottiglia di cognac al giorno. Mio figlio, nonostante non vivesse più con me, non mi aveva abbandonato, anzi cercava in tutti i modi di starmi vicino. Il mio comportamento peggiorava man mano che passava il tempo. Ero diventata bugiarda, negavo di aver bevuto, quando non mi reggevo in piedi, nascondevo le bottiglie nei posti più impensati.
Un giorno che avevo bevuto più del solito, mio figlio mi fece sedere sul divano e seriamente mi disse se mi rendevo conto di avere un problema. Per la prima volta in vita mia, fui costretta a riflettere e senza vergogna confessai di aver bisogno di aiuto. Mio figlio aveva già preso contatto con un medico specialista e insieme andammo da lui. Il primo impatto fu sconvolgente, mi si chiedeva di staccarmi dall'alcol e di frequentare un Club degli alcolisti in trattamento. Quando gli chiesi per quanto tempo avrei dovuto subire questa punizione (perché questo pensavo che fosse), mi rispose per sempre. Non dissi nulla, ma in cuor mio gli diedi del pazzo.
Il Club che avrei dovuto frequentare era formato da famiglie che avevano problemi derivati dall'alcol, lo scopo è quello di coinvolgere tutti gli appartenenti al nucleo famigliare perché non é solo l'alcol il problema. La settimana successiva entrai al Club, timorosa e vergognosa, ma determinata ad iniziare la strada verso la sobrietà, era il 23 marzo 1998.
Ricordo perfettamente il giorno, il giro delle presentazioni, le testimonianze degli altri, la mia vergogna nel raccontare la mia storia, improvvisamente però, al posto della vergogna, provai una sensazione di pace e di serenità che non avrei creduto possibile. Il mio percorso di cambiamento è iniziato in quella giornata. Non ho più bevuto, ma non ho dimenticato. In questi tre anni molte cose sono cambiate. Il mio stile di vita è molto cambiato, sono più tranquilla, affronto le contrarietà con spirito più sereno. Mi sento una donna realizzata: ho un buon lavoro, una casa mia, amici sinceri e l'affetto dei miei famigliari". (testimonianza raccolta tramite A.I.C.A.T)
"Essendo timida, l'alcol mi dava la forza di reagire, non in maniera costruttiva però. Dopo ogni sbronza il risveglio era sempre più amaro. Spesso non ricordavo nulla di quello che avevo fatto o delle persone che avevo ferito con le mie parole. Quello che mi restava era una profonda depressione e una gran voglia di piangere e commiserarmi per una vita che non riconoscevo come mia. Quando un alcolista entra a far parte dei CAT (Club degli Alcolisti in Trattamento), si rende conto di quanto siano necessari. All'interno dei Club non esistono classi privilegiate, nessuno è superiore all'altro, ci si ascolta l'un l'altro con attenzione e si cerca di condividere la sofferenza, ma soprattutto la gioia. Non ho più nessuna difficoltà nel raccontare la mia storia. Sono fiera del percorso fatto in questi anni, a tutte coloro che si identificheranno con me, auguro di riuscire ad iniziare un cammino di sobrietà per poter volgere uno sguardo sereno verso un futuro migliore".
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