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Speciale Darfur
L'ONU
Le iniziative
La situazione in Darfur
4 marzo 2009: La Corte penale internazionale dell'Aja autorizza
l’arresto del presidente del Sudan Omar Al Bashir; cinque i capi di
accusa per crimini contro l'umanità e due per crimini di guerra, tra
cui omicidio, sterminio, trasferimenti forzati, tortura e stupro. Per
Khartoum, il mandato d'arresto internazionale, "è nuovo colonialismo".
Febbraio 2009: Il governo del Sudan e il gruppo dei ribelli del Darfur Movimento per la giustizia e l'uguaglianza (Jem) firmano una dichiarazione di buone intenzioni. L'accordo, raggiunto in Qatar, include la fine degli attacchi ai campi profughi e uno scambio di prigionieri. Secondo le Nazioni Unite sono 300mila i morti e oltre due milioni i rifugiati dall'inizio del conflitto nel 2003.
5 settembre 2007: per la prima volta dall'inizio del suo incarico il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon visita l'area del Darfur, dove gli ultimi quattro anni di combattimenti hanno causato 200mila morti e 2,5 milioni di profughi. Ban Ki-moon considera la stabilità nella regione una delle sue principali priorità e sta cercando di convincere i guerriglieri e il governo a impegnarsi per trovare un accordo che considera "la chiave fondamentale per la pace nell'intero Sudan".
25 giugno 2007: L'Europa metterà a disposizione altri 71 milioni di euro per il Darfur, 31 nei prossimi mesi destinati ad aiuti umanitari e altri 40 che saranno sbloccati entro 4 giorni per la forza di pace dell'Unione africana (Amis) che opera in questo momento nella regione. Lo ha annunciato a Parigi alla conferenza internazionale sulla crisi in Darfur il commissario europeo allo sviluppo Louis Michel. L'Unione Europea, ha ricordato Michel, ha già stanziato 460 milioni in aiuti umanitari dal 2004 ed è il primo finanziatore - con 242 milioni dal 2004 - dei settemila caschi verdi dell'Amis in Darfur che saranno presto sostituiti dalla "forza ibrida" Onu-Ua che ha ottenuto il via libera di Karthoum. Ai fondi già stanziati vanno quindi ad aggiungersi quelli annunciati
27 febbraio 2007: Nel Darfur sono stati commessi crimini di guerra e contro l'umanità e i responsabili vanno processati. Questa la richiesta presentata da Luis Moreno Ocampo, procuratore della Corte penale internazionale (Cpi).
29 gennaio 2007: il Consiglio per i diritti umani dell'Onu
(l'Unric- United Nations Regional Information Centre for
Western Europe) ha nominato Jody Williams, Premio Nobel per
la Pace e co-fondatrice dell'Iniziativa delle donne
vincitrici di premi Nobel, a capo di una missione di alto
livello composta da cinque persone incaricate di valutare
la situazione dei diritti umani nella tormentata regione
del Darfur. Gli altri componenti sono Sima Samar, Relatore
speciale sulla situazione dei diritti umani in Sudan; Mart
Nutt, parlamentare estone e membro della Commissione europea
contro razzismo e intolleranza del Consiglio d'Europa;
Bertrand Ramcharan, ex vice Alto Commissario per i Diritti
Umani; Patrice Tonda, Rappresentante permanente del Gabon
presso gli organismi internazionali a Ginevra; Marakim Wibisono,
Ambasciatore indonesiano e Presidente della 61a sessione
della Commissione sui diritti umani. Le nomine giungono a
poco più di un mese dalla decisione di convocare un
comitato di alto livello per fornire una valutazione delle
condizioni in cui versano i diritti umani in Darfur, regione
che ha sperimentato innumerevoli situazioni di abusi, tra
cui stupri di massa, rapimenti e esodi forzati.
6 novembre 2006: l'Eritrea e il Sudan hanno riaperto la
loro comune frontiera, nonostante le relazioni tra i due
paesi
siano tese. Asmara ha proposto la sua mediazione tra Khartoum
e i ribelli della provincia occidentale del Darfur.
3 novembtre 2006: attacchi di milizie contro campi di rifugiati
nel Darfur, nell'Ovest del Sudan, hanno causato molte vittime,
fra cui 27 bambini di meno di 12 anni. Le milizie hanno attaccato
otto campi, fra cui uno grande che ospita circa 3.500 rifugiati.
Nel condannare gli attacchi, il segretario generale dell'Onu
Kofi Annan ha sollecitato tutte le parti in causa a cessare
le azioni ostili e ha lanciato un appello al governo del
Sudan perchè faccia tutto quanto in suo potere per
proteggere i civili. L'Alto commissario dell'Onu per i diritti
umani, Louise Arbour, ha chiesto al Sudan un'inchiesta urgente
sugli attacchi in Darfur.
31 ottobre 2006: Il presidente statunitense George Bush
ha sollecitato il governo del Sudan ad agire in fretta per
porre
termine al conflitto nel Darfur. Il presidente ha detto:
''Il governo del Sudan deve capire che siamo seri e sinceri
quando parliano della necessità che si diano da fare
e collaborino con la comunità internazionale'' dopo
che le Nazioni Unite hanno autorizzato l'invio di una forza
di 20mila uomini per rimpiazzare i 7mila uomini, senza fondi
e mal equipaggiati, dell'Unione africana. Il governo di Khartoum
respinge, però, l'idea di una forza dell'Onu.
27 ottobre 2006: il segretario generale dell'Onu, Kofi
Annan, ha confermato che il suo rappresentante speciale per
il Sudan,
l'olandese Jan Pronk, manterrà l'incarico fino alla
sua scadenza, alla fine dell'anno. In una dichiarazione diffusa
a New York dal suo portavoce Stephane Dujarric, Annan risponde
così alle autorità di Karthoum, che avevano
espulso Pronk nei giorni scorsi, impedendogli di tornare
in quanto persona "non grata".
25 ottobre 2006: il ministro degli esteri sudanese, Lam
Akol, ha dichiarato che il suo Paese è pronto a collaborare
sulla crisi in Darfur con il prossimo segretario generale
delle Nazioni Unite, il sudcoreano Ban Ki-moon.
23 ottobre 2006: la Commissione europea ha espresso la
sua preoccupazione per la decisione di espellere dal Sudan
l'inviato
speciale delle Nazioni Unite Jan Pronk. La Commissione
Ue ha sottolineato come il ruolo chiave svolto dall'Onu nella
regione dovrebbe essere rafforzato non solo tramite l'auspicata
sostituzione della missione di pace dell'Unione africana.
22 ottobre 2006: Il Sudan ha ordinato al capo degli inviati
delle Nazioni Unite, Jan Pronk, di lasciare il paese entro
tre giorni. Il motivo è, almeno ufficialmente, i commenti
da lui fatti sul morale delle truppe sudanesi, molto basso
per due gravi sconfitte subite nella regione del Darfur.
Il portavoce del ministero degli esteri sudanese Ali al-Sadig
ha precisato che Pronk ha fino a mezzogiorno di mercoledì per
andarsene. ''La ragione è l'ultimo rapporto diffuso
attraverso il sito web di Pronk contenente severe critiche
alle forze armate sudanesi e il fatto che egli ha detto che
il governo sudanese non sta ottemperando agli accordi di
pace per il Darfur'', ha spiegato il portavoce, aggiungendo
che il ministro degli esteri ha incontrato oggi Pronk per
informarlo della decisione.
19 ottobre 2006: una nuova formazione di ribelli sudanesi,
Fronte per la redenzione nazionale (Nrf), formato da parte
dello Sla (Esercito di liberazione del Sudan), e Jem (Movimento
per la giustizia e l'equità) hanno detto di essere
pronti a colloqui con il governo di Kharthoum, ma chiedono
autodeterminazione per la regione del Darfur.
5 maggio 2006: il governo del presidente Omar al Beshir
e la principale fazione dello Sla (Esercito di liberazione
del
Sudan-movimento ribelle del Darfur) hanno firmato ad Abuja
(Nigeria) un accordo di pace, il Dpa (Darfur
Peace Agreement), che prevede tra l'altro un'integrazione
delle forze ribelli
nell'esercito
e nella polizia, e il disarmo dei "Janjaweed",
milizie arabe responsabili di atrocità contro civili
in Darfur. Non ha firmato l'accordo il Fronte per la redenzione
nazionale (Nrf).
2 novembre 2005: il segretario Generale dell'ONU ha richiamato
le parti al rispetto integrale del cessate il fuoco di N'Djamena,
ricordando al Governo del Sudan la sua responsabilità,
in base al diritto internazionale umanitario, a prevenire
gli attacchi contro la popolazione civile. Ma nonostante
il principale gruppo ribelle del sud Sudan, il Sudan People's
Lieberation Army (SPLA), e il Justice and Equality Movement
abbiano firmato con il Governo - lo scorso 9 novembre - 2
accordi per porre fine alle ostilità, sul campo il
confronto militare prosegue.
18 settembre 2005: il Consiglio di Sicurezza ha approvato
una nuova risoluzione, la numero 1564, in cui si minacciano
sanzioni a danno dell'industria petrolifera sudanese, se
il Governo di Khartoum non provvederà concretamente
alla protezione delle popolazioni civili.
19 novembre 2005: il Consiglio di Sicurezza ha adottato
all'unanimità la
Risoluzione1574, con cui esorta il Governo del Sudan e il
Sudan People's Lieberation Army a porre fine al conflitto
che da decenni devasta il paese, tenendo fede alle trattative
di pace avviate lo scorso giugno. Il 31 agosto, Governo e
SPLA avevano prolungato di 3 mesi il cessate il fuoco raggiunto
con gli accordi di pace del 6 giugno, intesi a porre fine
al conflitto tra nord e sud del paese, che - se si esclude
il periodo tra il 1972 e il 1983 - si protrae fin dall'indipendenza
del Sudan, nel 1956. Gli accordi di pace, però, non
interessano la regione del Darfur, dove la situazione umanitaria
rimane drammatica e in costante peggioramento.
25 gennaio 2005: la Commissione europea ha firmato a Bruxelles
un accordo con il governo del Sudan per "normalizzare
le relazioni" con Karthoum. L'accordo - cosiddetto documento
di strategia per il Paese - è arrivato dopo la firma
della pace in Sudan del 9 gennaio tra il governo e gli indipendentisti
cristiano-animisti del sud. Il documento prevede circa 400
milioni di euro per aiutare lo sviluppo e la pace all'interno
del paese da suddividere in varie aree. Di questi, 127,5
milioni provengono dal Fondo europeo di Sviluppo; 191 milioni
saranno destinati alle operazioni per la sicurezza alimentare.
Altri 16,5 milioni andranno a programmi, già decisi,
ma ancora da attuare, 43 milioni saranno stanziati per gli
aiuti umanitari.
9 gennaio 2005: il governo sudanese ha firmato a Nairobi
un accordo di pace con i ribelli del Movimento per la liberazione
del popolo sudanese (Splm). L'accordo, che dovrebbe porre
fine a oltre 20 anni di guerra civile, prevede un periodo
di transizione di sei anni e mezzo con un governo di unità nazionale.
Dopo questo periodo, le popolazioni del sud potranno convocare
un referendum per ottenere l'indipendenza.
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La regione del Darfur
La regione del Darfur è situata nell'estremo ovest
del Sudan e confina con Libia e Ciad. Si estende
su una superficie paragonabile a quella della Francia. "Dar" significa "dimora", "Fur" è invece
il nome dell'etnia più diffusa sul territorio. La
superficie del Darfur, diviso in tre Stati, Settentrionale,
Meridionale e Occidentale, è pari al 20% di quella
dell'intero Paese, mentre la sua popolazione è vicina
ai 6.000.000 d'abitanti, suddivisi in una cinquantina di
differenti comunità tribali, spesso con una propria
lingua che va ad affiancare quella ufficiale araba. La
prima fonte di reddito sono l'agricoltura e la pastorizia.
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La storia del conflitto
Il conflitto che sconvolge la regione del Darfur è cominciato
nel febbraio 2003, quando 3 gruppi a base etnica africana
hanno preso le armi contro il Governo di Khartoum, costituendo
2 diverse formazioni ribelli: il Sudan Liberation Movement/Army
e il Justice and Equality Movement. Obiettivo dei ribelli è contrapporsi
agli attacchi contro i villaggi africani delle milizie
nomadi di origine araba, i Janjaweed, bande di cammellieri
probabilmente armate dal Governo centrale. Ne è nata
una guerra civile che ha prodotto la più grave crisi
umanitaria dal 1998, caratterizzata da gravissime violazioni
dei diritti umani, da violenze sui civili e dalla distruzione
di interi villaggi d'etnia africana. Sebbene lo scorso
8 aprile sia stato raggiunto un accordo di cessate il fuoco,
lungo le aree di confine tra Sudan e Ciad continuano attacchi
di milizie arabe Janjaweed a danno sia dei villaggi abitati
da popolazioni africane sia dei campi in cui sono accolti
i civili rifugiati in Ciad. Nell'insieme, scontri tra truppe
regolari, Sudan Liberation Movement/Army e altre milizie
continuano in tutti e 3 gli Stati del Darfur, anche se
risultano più intensi nel Darfur settentrionale
e meridionale. La grave situazione di instabilità è inoltre
acuita dai ricorrenti scontri tra tribù arabe e
africane, con molti villaggi dati alle fiamme.
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Il Ciad orientale
Durante il mese di agosto si è registrato un intensificarsi
dei raid oltre confine delle milizie Janjaweed a danno
dei rifugiati sudanesi in Ciad e dei combattimenti lungo
la frontiera, mentre numerosi profughi sudanesi hanno riferito
che tanto i Janjaweed quanto l'esercito regolare impediscono
ai civili in fuga di varcare il confine con il Ciad. Delle
oltre 200.000 persone rifugiatesi in Ciad, circa 2/3 sono
donne e bambini, costretti a vivere in una situazione di
estrema difficoltà, in piccole capanne di emergenza
e con scarso accesso ad acqua, cibo e servizi essenziali.
Dalla fine del 2003, il flusso di rifugiati sudanesi in
Ciad è divenuto insostenibile per i servizi di assistenza
delle regioni oltre confine, con gravi ripercussioni sulle
comunità locali delle aree di accoglienza - circa
460.000 persone - che hanno bisogno di un'urgente
assistenza umanitaria: le popolazioni delle comunità di
accoglienza sono state costrette a dividere le proprie
scorte alimentari e idriche con i civili sudanesi e risultano
fortemente impoverite dalla presenza dei rifugiati. I precari
servizi sanitari della regione sono sottoposti ora a una
forte pressione per l'enorme aumento dei pazienti: nelle
aree di accoglienza esiste una sola struttura sanitaria
sufficiente per non più di 10.000 persone. In 2
distretti sanitari dell'area, la copertura vaccinale contro
difterite, tubercolosi e tetano non supera il 10% della
popolazione infantile; mancano i farmaci anti-AIDS e
le autorità locali non hanno organizzato alcuna
campagna di prevenzione.
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Le popolazioni sfollate
Nonostante i colloqui di pace avviati alla fine di agosto
da Governo e ribelli ad Abuja, in Nigeria, sotto l'egida
dell'Unione Africana, la situazione delle popolazioni sfollate
nel Darfur rimane estremamente precaria: stupri e violenze
su donne e bambini; il Governo di Karthoum insiste perchè gli
sfollati facciano ritorno alle rispettive terre di origine,
senza però garantire le condizioni minime di sicurezza
per il loro reinsediamento; le milizie Janjaweed continuano
a commettere violenze e abusi nelle aree intorno ai campi
per sfollati. Nonostante le rassicurazioni del Governo
sudanese sull'accesso degli aiuti umanitari alle popolazioni
civili, durante il mese di settembre nuovi ostacoli sono
stati opposti alle operazioni umanitarie.
Nel Darfur, i tassi di mortalità tra le popolazioni
sfollate sono fino a 10 volte superiori ai livelli registrati
per il resto della popolazione sudanese e hanno superato
il livello di riferimento usato dalle agenzie umanitarie
per indicare le situazioni di crisi umanitaria (1 decesso
al giorno ogni 10.000 persone): nel Darfur settentrionale
il tasso di mortalità ha raggiunto il livello di
1,4 morti al giorno ogni 10.000 persone, nel Darfur occidentale
quello del 2,9. Le cause principali sono le condizioni
di vita nei campi di accoglienza: temperature che di notte
scendono sotto lo zero, scarso accesso ad acqua, cibo e
generi di prima necessità, carenza di servizi igienico-sanitari
e condizioni igienico-ambientali aggravate dalla stagione
delle piogge. La diarrea acuta è legata al 75% delle
morti tra i bambini; febbre, infezioni respiratorie acute
e le ferite prodotte durante gli attacchi ai villaggi rappresentano
le prime cause di mortalità infantile.
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L'ONU
Tra i 9.000 ed i 10.000 caschi blu saranno schierati
nel Sud del Sudan per controllare e garantire il cessate
il fuoco permanente tra Nord e Sud del Paese, come previsto
dalle intese definitiva ufficialmente firmate tra le parti
lo scorso 9 gennaio. L'operazione, che si prevede costerà
almeno 100 milioni di dollari l'anno, dovrebbe scattare
intorno alla metà di febbraio, dopo il formale, quanto
scontato, via libera in tal senso del Palazzo di Vetro.
Le intese di pace prevedono un periodo di sei mesi di transizione
per mettere a punto sul campo gli ultimi regolamenti operativi,
e quindi sei anni di governo di unita' nazionale, al termine
dei quali il Sud potra' adire ad un referendum che gli
consentirebbe la piena indipendenza.
Intanto la Commissione sul Darfur, guidata dal giudice italiano
Antonio Cassese, ha stabilito che nella remota regione occidentale
del Sudan sono state commesse violazioni del diritto internazionale,
ma nega l'attributo di genocidio. Nel suo rapporto la commissione
scrive infatti che ''gravi violazioni dei diritti umani sono
state commesse in tutti e tre gli Stati del Darfur, che hanno
coinvolto a vari livelli tutte le parti'', ma non non è stato
in grado di provare l'accusa di genocidio. Tuttavia, il rapporto
ammette che i crimini commessi hanno spinto gran parte della
popolazione locale a rifugiarsi negli stati vicini, fra i
quali il Ciad, mentre polemizza sul numero delle vittime.
Secondo la Commissione tale cifra non supererebbe la cifra di
alcune migliaia, diversamente da quanto dichiarato dalle
agenzie umanitarie secondo le quali i morti sarebbero oltre
70.000.
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L'impegno della Cooperazione Italiana
del Ministero degli Esteri
Per intervenire nella grave crisi umanitaria nel Darfur,
il Governo italiano ha incaricato l'ex governatrice della
provincia irachena di Dhi Qar (Nassiriya), Barbara Contini,
a portare avanti la missione in Sudan. Barbara Contini è ora
in Darfur come inviato speciale del Ministero degli Esteri.
Scopo della missione, che si svolge nell'ambito della Cooperazione
Italiana allo sviluppo, è quello di verificare l'attivazione
di tutti i canali possibili per dare un contributo all'emergenza
nella zona. La Farnesina ha messo a disposizione le sue
strutture per facilitare il compito di Barbara Contini
che agirà da una parte attraverso contatti politici
locali, dall'altra alla luce delle specifiche esigenze
della Cooperazione allo sviluppo. La Cooperazione Italiana
ha infatti da poco inaugurato la sua sede a Nyala: da qui
vengono coordinati i progetti delle Ong italiane presenti
nella zona, tra cui un acquedotto - il progetto di ristrutturazione è portato
avanti dal Cesvi - che servirà i 40.000 abitanti
di Kas. Gli aiuti umanitari del Ministero degli Esteri,
per il Darfur ammontano a circa 10 milioni di euro, ripartiti
tra iniziative bilaterali e multilaterali, cui si aggiunge
un contributo di 650 mila euro a sostegno della missione
di pace dell'Unione africana, alla quale partecipa un ufficiale
italiano nell'ambito del contingente europeo degli osservatori
militari. (www.esteri.it)
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Gli aiuti umanitari
Le Nazioni Unite stimano che dall'inizio del 2003 le persone
che hanno dovuto abbandonare le proprie case per i combattimenti
sono 600.000. Altri 110.000 hanno cercato rifugio al di
là della frontiera, in Ciad, mentre 7.000 civili
sono morti. Tutto questo va ad aggravare una situazione
alimentare difficile, poiché sono proprio le comunità agricole,
da cui ogni anno dipende il raccolto, le prime vittime
degli effetti della guerra.
Pochi mesi fa l'ONU ha
stanziato 23 milioni di dollari per portare soccorso alla
popolazione. Dall'altro lato, il governo sudanese ha stabilito
il divieto di accesso nella regione occidentale del Paese
all'UNICEF e
ad alcune altre agenzie ONU.
Gli aiuti ai civili sudanesi sono resi difficili non solo
dalle insufficienti condizioni di sicurezza lungo il confine,
ma anche dalla vastità dell'area in cui si trovano
le popolazioni rifugiate: oltre 600 km lungo il confine
tra Sudan e Ciad, in territori privi di strade e spesso
perfino di sentieri percorribili. Inoltre, una devastante
invasione di locuste - il fenomeno interessa la fascia
di territorio del Sahel che va dalla Mauritania al Ciad
- ha colpito le aree orientali del Ciad, tra cui quelle
in cui si trovano i profughi sudanesi, mettendo in serio
pericolo le già scarse riserve alimentari delle
comunità di accoglienza, con drammatiche conseguenze
sullo stato nutrizionale dei bambini rifugiati e di quelli
delle comunità di accoglienza.
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Le iniziative
Un braccialetto di plastica verde per fermare le atrocità
nel Darfur: è la proposta, ispirata dal braccialetto giallo
"Live String" del campione della bicicletta Lance Armstrong
per raccogliere fondi per la ricerca sul cancro, lanciata
dall'organizzazione umanitaria Save Darfur Coalition. Il
braccialetto viene venduto sul sito web "savedarfur.org"
con sopra incisa la scritta "Not on my watch" (non mentre
io sto a guardare). I fondi della vendita vanno a sostegno
di una campagna di opinione per la punizione esemplare
dei crimini contro l'umanita' commessi nella provincia
del Sudan.
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